Il 17 giugno del 1983 rimbalzava, fra le notizie d’agenzia che avrebbero trovato ampio spazio sui quotidiani del giorno successivo, un flash clamoroso, poi approfondito. Il vero dramma è che il “poi approfondito”, si scoprirà, valeva anche per tutto l’iter d’indagine che aveva portato a quella clamorosa notizia. Rendendola un clamoroso, assurdo, vergognoso e si potrebbe dire anche letale, per il protagonista, errore giudiziario. La notizia era quella dell’arresto del presentatore televisivo Enzo Tortora nell’ambito di un’indagine sulla rete camorrista legata al boss Raffaele Cutolo, con l’accusa di traffico di sostanze stupefacenti. Il titolo della notizia occupava - per 7 delle allora ancora 9 colonne (il formato tabloid sarebbe arrivato qualche anno dopo) - anche la prima pagina dell’Alto Adige del 18 giugno. E con il titolo e la notizia, l’immagine di quello che all’epoca era per tutti il presentatore della trasmissione televisiva “Portobello” portato in manette dai carabinieri verso l’Alfetta d’ordinanza. La vicenda giudiziaria è tristemente nota, andò avanti per anni prima di dimostrare la totale estraneità del presentatore ai fatti, totalmente inventati, che gli venivano contestati. Accuse a Tortora che si basavano sulle affermazioni di vari pregiudicati, pentiti e non, del clan di Raffaele Cutolo.

La notizia, sul nostro giornale di 42 anni fa, in prima pagina era completata da un approfondimento con le dichiarazioni del presentatore, che riuscì a dire qualche parola nel corso della “sfilata”, organizzata a beneficio di giornalisti, fotografi e cineoperatori, che seguì al suo clamoroso arresto. Così le riportavamo. «“Sono sbigottito quanto voi. Si tratta dì una colossale svista e di uno dei più clamorosi errori giudiziari degli ultimi tempi... sono distrutto... senza volontà...”. Enzo Tortora, barba lunga, pantaloni Jeans, maglietta e giubbotto di tela, esce ammanettato tra due carabinieri dalla sede del reparto operativo dell'Arma dove è rimasto sette lunghe ore dopo il suo arresto. Due battute con i numerosissimi giornalisti, sotto le raffiche dei flash di fotografi e le luci della TV. Domande dei cronisti e risposte lucide, senza tentennamenti, del popolare presentatore: “Hanno sbagliato... mi trovo coinvolto in una storia assurda senza rendermene conto, è tutto così irreale, non mi sembra possibile che io mi trovi ora ammanettato”. Solo dopo molti spintoni, spallate e momenti di tensione, dovuti alla calca, Tortora può entrare nella “Gazzella” dei carabinieri. Mormora ancora, prima che la portiera venga chiusa: “spero che tutto questo finisca presto”».
Non sarà così. E la detenzione e tutto l’iter, prima di dimostrare la totale invenzione delle accuse, lo portarono ad ammalarsi e morire, nemmeno 5 anni dopo. AL.P.