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5 luglio 1979. Francesco Della Peruta, 21 anni, nato in Svizzera da genitori emigrati dal Veneto, non spiaccica una parola di italiano. Cresciuto nella Svizzera tedesca, dopo la licenza media è andato a lavorare a 14 anni nei cantieri di Zurigo e di Baden-Baden. Sveglio, intelligente, due mani d’oro, è un abilissimo meccanico. Talmente bravo che, a 19 anni, la ditta lo manda in Arabia Saudita al soldo degli sceicchi per due anni.
Francesco Della Peruta sa poco o niente dell’Italia. Lui si sente svizzero. Ha chiesto la cittadinanza. La Svizzera tedesca gli ha chiesto 11.000 franchi (cinque milioni di lire dell’epoca, una bella somma) per concedergliela. Ma lui non ce li ha, tutti quei soldi. Per anni i risparmi li ha dati ai genitori. Francesco allora va a lavorare per un’impresa a Neuchâtel.
La Svizzera francese la cittadinanza la riconosce dopo cinque anni di residenza con il permesso di lavoro. A Neuchâtel conosce Annamaria Mazzon, una ragazza di origine italiana. Colpo di fulmine: trovano casa, comprano i mobili, decidono di sposarsi. Prima, però, Francesco vuol far conoscere Annamaria ai genitori, che sono tornati a vivere a Treviso dopo la pensione. Attraversano la Svizzera ed entrano in Italia a Tubre. Sosta a Bolzano per trovare il fratello di Annamaria, che qui fa il poliziotto di leva. La coppia si sistema all’hotel “Bel Sit” per la notte.
Alle due del mattino bussano alla porta.
«Aprite!, carabinieri».
Francesco apre.
«Sei tu Della Peruta?»
«Sì».
«Seguici. Sei in arresto».
Manette ai polsi, viene condotto nel carcere di via Dante. Rinchiuso in cella d’isolamento, a disposizione della procura militare. L’accusa: renitenza alla leva. Sul suo capo pendeva un mandato di cattura per “mancata chiamata alle armi”.
La sua ragazza chiede aiuto al nostro giornale: «È accaduto un fatto che ci rovinerà l’esistenza - dice -. Francesco ha un bellissimo lavoro in Svizzera e se non rientra, gli tolgono il permesso di lavoro. Lui è nato e vissuto in Svizzera, non sa nulla dell’Italia. Io però so di sicuro una cosa: quando lui terminerà il servizio militare, nessuno in Italia farà nulla per lui. L’Italia potrà andare fiera di aver aggiunto un altro disoccupato alla già lunga scheda di cittadini che attendono un lavoro».
Da Treviso chiama la madre, la signora Maria: «Mio figlio è preso per il collo. Lui, a tutti gli effetti, è cittadino svizzero. Sulla carta non lo è, perché non aveva i soldi per pagare. Ora dovrà fare il militare in Italia, un Paese che non conosce, ma che reclama da lui un sacrificio immenso. Questo è un vero dramma».
Quando gli emigranti eravamo noi, e la cittadinanza – nei paesi dove andavamo a lavorare duramente – ce la facevano pagare a carissimo prezzo... LF


