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FORTEZZA. Per oltre un secolo ha incarnato l’idea di confine, controllo e difesa. Da questa estate, invece, il Forte di Fortezza si trasforma in un laboratorio di incontro, immaginazione e partecipazione. È qui che oggi prende il via “Fort Biennale_02 – Reclaiming Collective”, la 2a edizione della rassegna di arte contemporanea, che fino all’8 novembre porterà tra le mura della storica fortezza artisti, ricercatori, musicisti e cittadini attorno a una domanda tanto semplice quanto urgente: come possiamo tornare a essere una comunità?
In un tempo attraversato da guerre, crisi climatiche, polarizzazione politica e crescente isolamento sociale, la risposta proposta dai curatori Hannes Egger, Andrea Lerda e Veronika Vascotto non passa attraverso slogan o manifesti ideologici, ma attraverso l’arte, il dialogo e l’esperienza condivisa. Non a caso il titolo scelto è “Reclaiming Collective”, un invito a recuperare il senso dello stare insieme in un’epoca che sembra spingere sempre più verso la frammentazione. Più che una mostra, la Biennale si presenta come un grande esperimento partecipativo. Le opere non chiedono solo di essere osservate, ma di essere vissute, discusse. “Fort Biennale_02 si concepisce non soltanto come una mostra, ma come un formato aperto e partecipativo”, spiegano i curatori.
L’Euregio come palestra del vivere insieme.
A dare forma a questo racconto sono circa 20 artiste e artisti provenienti dall’Italia e dal panorama internazionale, con una presenza significativa dell’Euregio Tirolo-Alto Adige-Trentino.
Per Hannes Egger, uno degli aspetti più interessanti del lavoro curatoriale è stato osservare da vicino il tessuto creativo della regione alpina. “Mi sono reso conto che conoscevo bene molte posizioni artistiche dell’Alto Adige e del Trentino, mentre mi era meno familiare la scena del Tirolo austriaco”, racconta. Da questa constatazione nasce anche una delle iniziative più originali della Biennale: il 4 luglio il Forte ospiterà un vero e proprio speed dating per artisti dell’Euregio, accompagnato da musica e momenti conviviali per creare nuove relazioni. Secondo Egger, molti artisti dell’arco alpino lavorano già oggi sui temi che attraversano la mostra. “Mostrano una forte sensibilità verso le questioni ambientali e il rapporto con il territorio, ma riflettono anche sulla vita in una regione di confine e sulle possibilità di oltrepassare i confini”.
Quando l’utopia diventa pratica.
La Biennale si sviluppa attraverso 4 capitoli — Think, Play, Dance e Act — che accompagnano il visitatore dal pensiero all’azione. La scelta dei titoli è già un programma: si riflette, si gioca, si danza e infine si agisce. Perché la comunità non nasce dalle dichiarazioni di principio ma dalle pratiche quotidiane.
“Nella sezione Think si è invitati a un approccio più riflessivo - spiega Veronika Vascotto - In Play le opere diventano strumenti di esperienza diretta attraverso il corpo, Dance attiva la ricezione sonora e immaginativa, mentre Act mostra come ciò che spesso consideriamo un’utopia sia in realtà già in atto”.
Particolarmente significativa è proprio la sezione Act dedicata all’Alpine Changemaker Network, una rete di organizzazioni culturali che opera nell’area alpina promuovendo modelli concreti di collaborazione e innovazione sociale. “Ogni artista della mostra si è posto la domanda di cosa possa essere una comunità e di cosa ci sia bisogno per mantenerla fertile”, osserva Vascotto.
Dal confine all’incontro.
Che tutto questo avvenga proprio al Forte di Fortezza non è una coincidenza. La struttura costruita per controllare passaggi e movimenti diventa il luogo dove i confini sono messi in discussione. “La prospettiva dell’Euregio - osserva Andrea Lerda - rappresenta un laboratorio privilegiato, dove il confine diventa mescolanza, incontro e partecipazione”. In altre parole, ciò che un tempo divideva oggi diventa uno spazio di relazione.
Eurac Research: quando la ricerca entra in mostra.
Tra gli elementi più interessanti della rassegna c’è la collaborazione con Eurac Research, che accompagna il percorso artistico con il progetto “Reclaiming Collective Extra”. Non si tratta di un semplice apparato didattico: i contributi scientifici dialogano direttamente con le opere e aiutano il pubblico a collegare i temi affrontati dagli artisti ai grandi processi che stanno trasformando la società contemporanea: dai conflitti agli autoritarismi, dalla crisi climatica alle sfide del digitale.
“Il dialogo con Eurac Research rappresenta la formalizzazione di un obiettivo che ci eravamo posti fin dall’inizio - spiega Lerda - Rendere il progetto accessibile, transdisciplinare e strettamente legato alle dinamiche sociali e antropologiche del presente”.
Per Elisa Piras, senior researcher di Eurac Research, si è trattato di un’esperienza pionieristica: “Era la prima volta che venivamo coinvolte fin dalle prime fasi dell’organizzazione di un percorso espositivo così articolato - racconta - L’esperienza è stata molto istruttiva”.
Il confronto con curatori e artisti ha offerto alla ricerca scientifica qualcosa di raro: uno sguardo diverso sullo stesso fenomeno. “Abbiamo conosciuto alcuni degli artisti in mostra e il confronto è stato molto stimolante, perché ci ha permesso di adottare un punto di vista alternativo e complementare al nostro”. Una lezione che va oltre la Biennale: “Per ripensare la comunità e dare una direzione chiara alla vita insieme è fondamentale allargare lo sguardo e provare a vedere le cose come le vedono gli altri”, specifica Piras.


