«Bisogna imparare a diventare resilienti Vi spiego come» 

Intervista a Demis Basso. Il docente di Psicologia Generale di Unibz parla della pandemia Il dibattito, dalle mascherine all’allentamento dei vincoli, e la responsabilità delle istituzioni: «Non mandate messaggi contraddittori o fuorvianti, si richiano comportanti pericolosissimi»

di Mauro Fattor
Bolzano. La pandemia di coronavirus sta mettendo a dura prova non solo i soggetti istituzionali e i meccanismi di protezione sociale, ma anche le persone, con tutte le piccole e grandi cose che ognuno di noi porta con sé nella vita di tutti i giorni. Non è facile affrontare forme prolungate di isolamento o di incertezza. Economica innanzitutto, ma non solo. Anche progettuale, affettiva, lavorativa. A questo proposito, sentiamo parlare spesso o leggiamo di “resilienza”, magari senza sapere bene di cosa si tratta. Ne abbiamo parlato con Demis Basso, docente di Psicologia Generale della Lub e membro del CESLab, il Laboratorio di Scienze Cognitive ed Educative dell’Università di Bolzano.

Nel suo lavoro lei si è occupato spesso di “resilienza”, parola che in questo periodo ricorre con una certa frequenza, spesso anche a sproposito. Vuole spiegarci cosa si intende con questo concetto?

Il concetto di resilienza proviene dall’ingegneria dei materiali ed è riferito alla proprietà che ha un corpo di resistere allo “stress”, cioè ad urti, pressione, usura, senza rompersi. In psicologia, tale concetto è risultato molto utile per spiegare quanto una persona (o un sistema) è in grado di resistere a traumi, problemi, avversità, non solo “assorbendo” il colpo, ma anche riuscendo a reagire e a trarne una esperienza utile. È normale che se ne parli in tempi di crisi e stress, e lo si invochi per dare coraggio, per indicare alle persone una direzione salutare da prendere. Il problema, a mio avviso, consiste nel parlarne come obiettivo senza però specificare quali sono delle pratiche che lo possono coinvolgere e sviluppare.

Chi è l’individuo resiliente? E, all’opposto, chi è l'individuo “non resiliente” o scarsamente resiliente? Dipende dal vissuto personale?

In ogni momento della nostra vita si contribuisce a creare la nostra resilienza. Si pone l’accento sulle potenzialità individuali e sui fattori protettivi per promuovere comportamenti positivi e modulare i comportamenti rischiosi. È maggiormente resiliente chi è in grado di essere efficace ed efficiente nel fronteggiare un problema o una avversità, e di produrne comunque un vantaggio. Chi non lo è rimane sopraffatto dai problemi, o le sue soluzioni non producono i risultati voluti. Oltre alle capacità di risolvere problemi e di prendere decisioni, tuttavia, li differenzia anche la gestione dello stress, la passione che si mette nelle azioni e la consapevolezza di queste abilità. I fattori di protezione interni dipendono dalla storia personale, dagli eventi in cui ci siamo trovati ma a cui abbiamo attivamente reagito. Più ci siamo messi alla prova, più siamo in grado di sentirci efficaci nel presente. Altri fattori di protezione sono invece esterni all’individuo e riguardano la società: gli ospedali, le forze dell’ordine, la scuola hanno un ruolo fondamentale.

E venendo a questi giorni, all’attualità?

In questi giorni, una persona resiliente non stravolte la propria vita, ma riesce a far entrare tutti i cambiamenti come parte della propria quotidianità: non rimane passivamente ad attendere che qualcosa migliori o che il peggio passi, ma è attivo nella costruzione del proprio progetto, sia nelle grandi sia nelle piccole cose, a cui sa dare senso.

Cosa possiamo fare per aumentare la nostra capacità di resilienza?

Parlando della “nostra” resilienza, si parla solo dei fattori interni. Quindi, si può aumentare la cura di sé, la conoscenza, e potenziare le proprie “life-skills”. Il concetto di “life-skills” è stato introdotto 25 anni fa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Io lo promuovo in ognuno dei corsi che tengo, e non mi stancherò mai di farlo vista la loro rilevanza, non solo per insegnanti ed educatori, ma per ogni persona. La gestione delle emozioni e dello stress, l’empatia e la comunicazione efficace, l’abilità di prendere decisioni e di pensare criticamente. Ad esempio, ogni scelta che si fa ci permette di sviluppare la nostra abilità di scelta e, in base alle sue conseguenze, vediamo quanto tale scelta sia stata efficace. Più ci si “misura” con le situazioni problematiche, più si regola, si aggiusta, si perfeziona la nostra abilità di fronteggiare problemi, sviluppando un maggior numero di schemi di azione a nostra disposizione. Si diventa così sempre più abili e più veloci, dovendo sempre meno pensare a cosa fare. Inoltre, definiamo con maggiore sicurezza la nostra “scaletta” dei valori e diventiamo maggiormente consapevoli sia di essa, sia delle nostre capacità. È un circolo virtuoso: più si sceglie, più si è responsabili delle proprie scelte, più si migliora l’efficienza.

Esiste una resilienza delle istituzioni?

Certamente! Il concetto si applica a materiali, persone ma anche a sistemi e quindi anche ad istituzioni. Un’istituzione è resiliente quando è in grado di rispondere ai problemi avendo da un lato regole e leggi, dall’altro un’organizzazione funzionale. Ciò permette di usare procedure e direttive chiare, o di poterle creare al bisogno ed in modo efficiente. Nei materiali la resilienza non si vede in situazioni tranquille e per valutarla si generano dei “stress-test”. Per i lavoratori in un edificio, test di questo tipo sono le esercitazioni anti-incendio. Su larga scala, tuttavia, non si possono generare test, quindi ci si prepara “al buio” e si verifica la resilienza in situazioni di reale necessità e pericolo, come in seguito a terremoti, a uragani, a tsunami del recente passato, e ad epidemie come in questi giorni. Questa su scala mondiale è un’occasione unica per valutare la funzionalità sia delle nostre leggi sia delle nostre organizzazioni, e bisogna sfruttarla anche per raccogliere dati da valutare nel modo più obiettivo e meno strumentalizzato possibile. Le istituzioni possono e devono migliorare perché non è prevedibile che questa epidemia sia l’unica o se nel futuro ci possano essere problemi anche di altra natura.

Perchè fino a quando l’epidemia non è entrata davvero nelle nostre case è stata percepita come una cosa irrimediabilmente lontana? È come se la Cina o Codogno fossero quasi sulla stessa linea d’orizzonte...

Non mi stupisce: è un processo sociale automatico legato all’ingroup/outgroup: chi fa parte del nostro gruppo è considerato vicino, significativo e rilevante. Chi non ne fa parte viene visto come lontano, indistinto e non rilevante per noi. Quindi, per chi non si sente vicino alla Cina o a Codogno o a persone che vivono lì, è come se queste cose siano successe su Marte. E possono coesistere diversi livelli di divisioni tra ingroup e outgroup: pensate a come ci si senta parte di una Nazione durante le Olimpiadi, rispetto a cosa sentivo dire da alcuni brissinesi: “Oh, Bolzano? Ma è così distante”!

L’impotenza davanti ad un evento come il coronavirus spinge verso una ricerca compulsiva di informazioni, che a loro volta provocano una condizione di stress psicologico, se non addirittura di panico. Non si rischia un cortocircuito emotivo che finisce per autoalimentarsi?

Il rischio c’è, ma non in tutte le persone. Si ricercano informazioni quando quelle in possesso non sono sufficienti a dare spiegazioni convincenti. Quindi, si cercano risposte da fonti che si ritiene siano in grado di darle. In questo periodo siamo sotto “attacco” da qualcosa che non conosciamo: per quanti giorni in cui si è contagiati senza mostrare sintomi? Cosa può trasmettere il virus, cosa lo mantiene in vita sulle cose che tocchiamo, quant’è la distanza di sicurezza rispetto al respiro delle altre persone? E se c’è vento?.. Inoltre, in questo periodo i contatti tra le persone devono essere limitati, e non si può star sempre al telefono: i nostri amici ne sanno quanto noi. I media giocano quindi un ruolo chiave: sono ormai facili da raggiungere e descrivono il parere di luminari ed esperti. Tuttavia, quando le informazioni sono tra loro discordanti, la ricerca di informazioni non si placa ma aumenta. Ad esempio, il governo nazionale indica che l’uso di mascherine non è necessario perché non risolve il problema, è fondamentale rimanere isolati per quanto più a lungo possibile, serve mantenere la distanza di sicurezza. Tuttavia, il governatore Kompatscher dichiara che mascherine e scaldacollo sono necessari, si può uscire anche in coppia e le aziende familiari possono aprire. In Svezia dichiarano che non chiuderanno nulla perché è una misura inutile. A chi si deve credere se i messaggi degli esperti sono tra loro in contraddizione? Qui si gioca la differenza tra chi riesce a ragionare e a valutare la situazione nel merito o utilizzando il pensiero critico, e chi invece rimane in questa situazione di dissonanza. I primi riescono a mantenere la calma e agiscono nel limitato spazio che rimane, i secondi si trovano in gabbia e, non vedendo vie d’uscita, sono a rischio di attacchi di panico.

Come uscirne?

Limitare la ricerca di informazioni non serve, si rimarrebbe comunque insoddisfatti. Allora, l’unico modo è dissipare la tensione, agendo tramite il corpo: fare attività fisica è utile, ma è maggiormente utile usare il corpo per creare qualcosa: dedicatevi all’arte, riordinate la cantina, spostate mobili per vedere se in un'altra posizione magari funziona meglio: attività fisica finalizzata. Si consuma l’energia che, altrimenti, rivolgeremmo verso noi stessi, e si crea qualcosa che ci fa dire: “ho fatto qualcosa di buono anche quando non potevo fare niente!”

A proposito di Kompatscher e Widmann, come giudica la vicenda degli scaldacollo o il richiamo all'uso, quasi taumaturgico, delle mascherine?

Gli esperti non stanno dando una direzione univoca: accorgimenti come le mascherine o gli scaldacollo per alcuni sembrano necessari, per altri sono inutili. In alcune persone si aggiungono a quelli già adottati, mentre in altre persone producono dei pensieri impliciti irrazionali. Possono essere ritenute al pari di corazze: “quando ho la mascherina, il virus non mi può toccare”. Questo pensiero prelude a comportamenti rischiosissimi: si fa meno attenzione agli altri, non si rispettano più le distanze necessarie, non si ritengono necessarie le norme di pulizia (lavaggio delle mani, disinfezione dei vestiti) etc. Anche se le comunicazioni sono chiare, il messaggio può essere visto in contraddizione rispetto ai precedenti perché i processi logici umani usano regole diverse dalla logica filosofico-matematica. . Uno studio recentissimo indica che il virus si diffonde con più facilità nella famiglia: quando un componente è contagiato, contagia tutti gli altri. La conseguenza: “obbligo di usare la mascherina anche in casa”. Tuttavia, i contagi in famiglia potrebbero avvenire anche se si obbliga all’uso delle mascherine, perché si tratta di un ambiente chiuso in cui dobbiamo rimanere. Le uniche risposte utili sarebbero di isolarsi rispetto al resto della famiglia (andare ad abitare da un’altra parte, lasciandoli soli?) o di prevenire: cioè, pensarci bene quando si esce di casa, cercare di non farsi contagiare ed evitare di portar dentro il virus “purificandosi” quando si ritorna.

In condizioni normali la perdita di un parente o di un amico ha dei tempi fisiologici, per quanto variabili da individuo a individuo, di elaborazione. Parliamo dunque di elaborazione del lutto. In tempi di coronavirus tutto questo cambia radicalmente. Come? E con quali esiti?

L’elaborazione del lutto passa attraverso diverse fasi, ben documentate: certamente la loro durata varia da persona a persona ma la sequenza rimane sempre la stessa. In questi tempi ci viene negato l’ultimo saluto, un rito di distacco molto importante. Inoltre, una fase fondamentale che riguarda la “negoziazione” della perdita non viene favorita: come si fa a pensare di riprendere il controllo della propria vita, quando siamo costretti a fare solo alcune cose? È perciò probabile che certi tristi eventi vengano negati, il momento non permette di piangere per il caro, e si deve andare avanti. Se l’accettazione non è avvenuta, quando si ritornerà alla vita “normale” ci si accorgerà che qualcuno manca. In quel momento, la negazione non sarà più possibile e ci chiederà un costo anche salato. Anche se ora la vita è dura e si deve pensare a chi è ancora vivo, qualora vi capitasse il triste evento della morte di una persona cara, quando potete farlo, fermatevi. Dedicategli un minuto, un’azione, un pensiero: sarà un piccolo evento, ma fa parte di quei riti di passaggio che vi servono per dare al vostro compianto un posto nel vostro cuore.

Cosa dobbiamo aspettarci, dal punto di vista della psicologia collettiva e delle relazioni sociali, al termine dell'emergenza?

Non è facile fare previsioni, anche perché non riusciamo a prevedere la stessa durata dell’emergenza. Nel passato, nella ricostruzione post-terremoto, c’erano sempre aiuti da chi non ne era stato toccato. Nella situazione presente, però, siamo tutti in situazione di emergenza, quindi serve un aiuto reciproco e tutti siamo contemporaneamente vittime e care-givers. Quindi prevedo che non cambierà molto: chi era già incline a prendersi cura degli altri lo continuerà a fare, mentre chi era più egoista continuerà a pensare a suoi problemi e a leccarsi le ferite. Per le relazioni sociali tutti prevedono un periodo di assestamento in cui si procederà ad uscire con circospezione, lentamente e con molta attenzione. Io spero che sia così, perché dobbiamo evitare assolutamente una seconda ondata di contagi o magari anche una terza! Personalmente, sono ottimista rispetto alla natura umana: confido tantissimo nella capacità che le persone hanno di imparare dagli errori. Tuttavia, l’apprendimento non è né automatico, né facile: serve impegno, energia e... divertimento! Difficile divertirsi quando si è tristi, ma quando si riesce a trovare il senso anche nelle cose più difficili, si inverte il circolo da vizioso a virtuoso. Non lo dico solo io, ma lo diceva già Viktor Frankl molti anni fa e penso sia ancora un ottimo insegnamento.

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