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BOLZANO. Si fa presto a dire corpo. Si pensi alle spiegazioni, lui parla per sé. Invece è tutto più complicato. Come si appare, dal vivo, siamo proprio noi in carne e ossa e non potrebbe essere altrimenti, oppure il ruolo, il genere, l’aspetto non sono altro che costruzioni indotte, dove la volontà c’entra ma c’entra ancor più la pressione sociale?
Detto semplice: il nostro corpo è un prodotto individuale o il frutto di un processo collettivo? Si veste e si trucca perché così è in natura e basta, oppure i parametri stanno dentro un non detto che trascina forme e colori, vestiti e generi, anche al di fuori di una decisione autonoma? Ecco, la questione, come si nota, non è semplice. Lo è ancor più oggi dove i meccanismi del potere mediatico e del potere tout court premono sulla nostra capacità di essere noi stessi per trasformare una semplice volontà naturale nella somma dei desideri del contesto in cui si vive.
Fatto di norme culturali spesso non scritte, di obblighi sociali e pretese su ognuno di noi in relazione al ruolo che ci è assegnato. Dove, se non si rispettano questi parametri si rischia l’esclusione. E questo ovunque. Dall’ufficio alla scuola, ma anche da un gay Pride o da una riunione di partito. Sta dentro questa esplorazione tra realtà e sentimento, in mezzo a costruzioni sociali e politiche, tra cultura e lettura quello che FotoForum è pronto a mettere in mostra. E questo in coerenza con la direttrice che si è dato: stare sul confine dell’arte e della ricerca, senza compiacimenti estetici ma piegando spesso l’estetica alla brutalità della realtà effettiva.
Anche in questa mostra che si è aperto ieri alle 19 (fino al 7 novembre), “Reclaiming the Body”, sono riunite le corrispettive esplorazioni di vari mondi che stanno sullo spartiacque dell’accettazione sociale, dal femminismo all’universo queer ma anche nero, come se proprio questi luoghi umani di confine, palesemente minoritari, siano gli spazi in cui l’indagine sui condizionamenti che i corpi subiscono dal contesto possano essere osservati nella purezza della loro espressione. Luoghi dove le meditazioni lasciano il passo all’osservazione quasi entomologica dei meccanismi dentro i quali l’apparizione dei corpi cerca il proprio ruolo e svela la potenza delle pressioni sociali e culturali.
Come si vede, una indagine molto scabrosa. Ed è così che si rivela la costruzione dei ruoli e dunque dei generi, la pornografia stessa, la rappresentazione del corpo come oggetto o soggetto del desiderio oppure quale luogo di espressione di volontà faticosamente emergenti dal contesto che le circonda.
E ancora gli stereotipi. Per gli autori, così, il corpo non è solo immagine, scelta di genere, forzatura prodotta dalle culture ma anche un piccolo grande spazio di autodeterminazione. Dove chi può e vuole mostra chi è sul serio. O chi vuole essere indipendentemente dal giudizio degli altri. Tra identità che vengono costruite o decostruite e denuncia delle possibili violenze anche solo culturali e dunque spesso invisibili.
Sta qui il percorso che svelano Grete von Glashagen, Emanuel Crepaz, Ethan Edoardo Asper e Frida Orupabo. Non tutte le immagini sono rassicuranti. Ma tutte mostrano il coraggio dell’esprimere e così rivelare la presenza di una realtà molte volte sfuggente e mascherata.
P.CA


