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BOLZANO. “La Ragazza nella Nebbia” è il film rivelazione dell’anno. Interamente girato in Alto Adige tra Merano e Carezza, l’ opera prima dello sceneggiatore e regista Donato Carrisi è nelle sale bolzanine da ormai due settimane, dove fa puntualmente registrare il tutto esaurito. Ormai l’ Alto Adige è diventata una delle mete principali per chi vuole produrre film, spiega Carrisi, ieri sera in sala al Filmclub per una proiezione riservata a una ottantina di invitati.
Carrisi, ma si lavora veramente così bene in Alto Adige?
«Assolutamente, per tutta la vita tornerei qui a fare film. Conosco le difficoltà ad esempio con le comparse, mentre qui erano tutti estremamente coinvolti, insomma, un calore che non ho trovato altrove».
“La Ragazza nella Nebbia” è un film tratto da un romanzo ambientato in montagna. Quanto ha dovuto accomodare la sua sceneggiatura al paesaggio altoatesino?
«Guardi, permettetemi di dire che conosco bene questi posti. Li frequentavo da bambino, ci venivo in vacanza, partendo con la famiglia dalla Puglia. Sono passato molte volte davanti al Grand Hotel Carezza. Per me girare qui è stato come un ritorno a casa, e posso dire che scrivendo la sceneggiatura che poi è diventata romanzo e film, avevo proprio in mente questi luoghi».
Opera prima e ultima, oppure ci dobbiamo aspettare un altro film, magari ancora da queste parti?
«Non posso anticipare molto, ma ci sono due progetti, uno dei quali, ancora, mi vedrà ritornare qui. Sarà una storia molto particolare».
Come sono nate le ambientazioni così cupe e da romanzo giallo, appunto, che vivono nella nebbia della montagna?
«Volevo un posto dal quale i protagonisti non potessero scappare, ma dove anche lo spettatore rimanesse intrappolato. Il paese di Avechot è fascino puro, accogliente ma anche fiabesco, insomma, una specie di dimora dove anche Cappuccetto Rosso vorrebbe vivere».
Lei ha portato Toni Servillo e Jean Reno a recitare assieme, nel chiuso di un ufficio. Come è andata dirigere due mostri sacri?
«Servillo mi ha detto esplicitamente che voleva essere guidato in questa storia, poi, devo dire, ha aggiunto qualcosa che posso spiegare con i canoni della magia. Qualcosa che accade una volta e basta, tra di loro. Invece, pensavo che Jean mi avrebbe sganciato dalla regia, ma ci siamo subito accorti che la narrazione era talmente forte che lui come Alessio Boni si sono messi a suo servizio».
In sala molti spettatori entrano avendo già letto il romanzo. Cosa ci si deve aspettare di diverso?
«Fedeltà al libro, sicuramente, ma qualcosa di più. Un grado di infedeltà dovuto alla emozione sprigionata dalle immagini, dalla ambientazione cupa del film, e dalla statura degli attori».
Poi ci sono quei fatti accaduti nel corso delle riprese che pero’ non ha mai valuto chiarire del tutto. Lo può fare ora?
«Ok. Innanzitutto in fase di montaggio ci siamo accorti che ad un certo punto, quando Servillo entra in scena, in un riquadro si vede la figura di una donna vestita di bianco. Abbiamo provato ad eliminarla in fase di post produzione, ma senza successo. Sembra un errore, ma quella donna misteriosa è ancora li, e nel film si vede, mentre sul set nessuno la aveva notata».
C’ è dell’altro?
«Sì. Come detto, conoscevo il Grand Hotel Carezza, ma non ci ero mai entrato, prima delle riprese. Quando il custode ci ha aperto le porte avvisandoci che aveva acceso il riscaldamento in tutte le stanze, ho avuto una sensazione a pelle. Nella stanza dove si ambienta l’ omicidio, per ragioni mai chiarite, non funzionava mai il riscaldamento. Abbiamo deciso di girare li la scena principale del film, al freddo, nonostante gli sforzi del custode».
Carrisi, ma si lavora veramente così bene in Alto Adige?
«Assolutamente, per tutta la vita tornerei qui a fare film. Conosco le difficoltà ad esempio con le comparse, mentre qui erano tutti estremamente coinvolti, insomma, un calore che non ho trovato altrove».
“La Ragazza nella Nebbia” è un film tratto da un romanzo ambientato in montagna. Quanto ha dovuto accomodare la sua sceneggiatura al paesaggio altoatesino?
«Guardi, permettetemi di dire che conosco bene questi posti. Li frequentavo da bambino, ci venivo in vacanza, partendo con la famiglia dalla Puglia. Sono passato molte volte davanti al Grand Hotel Carezza. Per me girare qui è stato come un ritorno a casa, e posso dire che scrivendo la sceneggiatura che poi è diventata romanzo e film, avevo proprio in mente questi luoghi».
Opera prima e ultima, oppure ci dobbiamo aspettare un altro film, magari ancora da queste parti?
«Non posso anticipare molto, ma ci sono due progetti, uno dei quali, ancora, mi vedrà ritornare qui. Sarà una storia molto particolare».
Come sono nate le ambientazioni così cupe e da romanzo giallo, appunto, che vivono nella nebbia della montagna?
«Volevo un posto dal quale i protagonisti non potessero scappare, ma dove anche lo spettatore rimanesse intrappolato. Il paese di Avechot è fascino puro, accogliente ma anche fiabesco, insomma, una specie di dimora dove anche Cappuccetto Rosso vorrebbe vivere».
Lei ha portato Toni Servillo e Jean Reno a recitare assieme, nel chiuso di un ufficio. Come è andata dirigere due mostri sacri?
«Servillo mi ha detto esplicitamente che voleva essere guidato in questa storia, poi, devo dire, ha aggiunto qualcosa che posso spiegare con i canoni della magia. Qualcosa che accade una volta e basta, tra di loro. Invece, pensavo che Jean mi avrebbe sganciato dalla regia, ma ci siamo subito accorti che la narrazione era talmente forte che lui come Alessio Boni si sono messi a suo servizio».
In sala molti spettatori entrano avendo già letto il romanzo. Cosa ci si deve aspettare di diverso?
«Fedeltà al libro, sicuramente, ma qualcosa di più. Un grado di infedeltà dovuto alla emozione sprigionata dalle immagini, dalla ambientazione cupa del film, e dalla statura degli attori».
Poi ci sono quei fatti accaduti nel corso delle riprese che pero’ non ha mai valuto chiarire del tutto. Lo può fare ora?
«Ok. Innanzitutto in fase di montaggio ci siamo accorti che ad un certo punto, quando Servillo entra in scena, in un riquadro si vede la figura di una donna vestita di bianco. Abbiamo provato ad eliminarla in fase di post produzione, ma senza successo. Sembra un errore, ma quella donna misteriosa è ancora li, e nel film si vede, mentre sul set nessuno la aveva notata».
C’ è dell’altro?
«Sì. Come detto, conoscevo il Grand Hotel Carezza, ma non ci ero mai entrato, prima delle riprese. Quando il custode ci ha aperto le porte avvisandoci che aveva acceso il riscaldamento in tutte le stanze, ho avuto una sensazione a pelle. Nella stanza dove si ambienta l’ omicidio, per ragioni mai chiarite, non funzionava mai il riscaldamento. Abbiamo deciso di girare li la scena principale del film, al freddo, nonostante gli sforzi del custode».


