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BOLZANO. Il flamenco non è solo una danza (peraltro antichissima: quando i gitani arrivarono in Spagna nel XV secolo, il flamenco era già nato). È seduzione, è bellezza, è mistero, è sensualità. La nuova star del flamenco, Patricia Guerrero, vincitrice dell’ultima Biennale di flamenco di Siviglia, approda al Teatro Comunale di Bolzano, questa sera, inizio alle ore 20.30, con «Catedral», il suo ultimo spettacolo, firmato con il regista Juan Dolores Caballero, appuntamento proposto nel cartellone della rassegna InDanza. In scena con lei tre ballerine, musicisti e cantanti, per quello che è stato definito dalla critica uno “spettacolo monumentale”, candidato anche ai Premios Max de Artes Escenicas.
Bailaora prodigio, Patricia Guerrero, nata a Granada nel 1980, a otto anni era già sul palcoscenico spinta dalla madre, la bailaora Carmen Guerrero, nella cui scuola ha mosso i primi passi. A diciassette anni ha incassato il suo primo premio, El Desplante, al Festival de Cante de las Minas (La Uníon), e a venti è stata scelta dal regista Carlos Saura per il suo film «Flamenco, Flamenco». Ballerina solista per il Ballet Flamenco de Andalucía sotto la direzione di Rubén Olmo, ha lasciato la compagnia per fondarne una propria, con la quale ha realizzato a oggi tre produzioni e ha ottenuto due Premi Giraldillo, il riconoscimento per eccellenza in ambito flamenco.
Con «Catedral», Guerrero firma anche il suo progetto teatrale più ambizioso coadiuvata dal regista Juan Dolores Caballero: insieme affrontano il tema della fede a ritmo flamenco, ambientando lo spettacolo in una sorta di chiesa, simboleggiata da un colonnato/navata, da candele e dal profumo d’incenso.
e chiediamo qual è la relazione tra flamenco e religione. «Catedral è una riflessione sulla libertà, dal punto di vista della donna e del suo ruolo nella religione. Il Cristianesimo è sempre stato molto presente nella storia della Spagna, già dai tempi dei Romani. La religione cattolica ha attraversato diverse fasi, ma da sempre è stata molto legata alla realtà politica e sociale del paese e del momento. Il flamenco è una musica autoctona andalusa ed è intrecciata alla religione; i testi delle canzoni trattano spesso temi religiosi e spesso parlano di Dio. Inoltre il mondo sonoro religioso ci ha offerta una ricchezza musicale che ha accentuato la carica drammatica dei personaggi in "Catedral"».
Che importanza ricoprono, all’interno dello spettacolo, la danza, la musica e il canto?
«Nello spettacolo rappresento una donna repressa, che non può essere se stessa a causa delle regole e dei pregiudizi sociali. Lei non può ballare, le sue manette sono il suo abbigliamento. Le percussioni sono uno specchio del suo essere interiore e esteriore e rappresentano le cose che le appartengono e che vuole legare a se stessa. La chitarra é la parte melodica e tenera della vita e il canto è il lamento del desiderio incontrollabile. Nello spettacolo abbiamo aggiunto due voci liriche che evocano i suoni ecclesiali e gregoriani che si incontrano in una cattedrale. Sono i miei angeli e i miei demoni. Infine ci sono altre tre ballerine che mi accompagnano e che rappresentano - e a volto sono - le mie ombre».
Che cos’è per lei il flamenco, una danza e…?
«Il flamenco è una forma di espressione artistica che si articola principalmente attraverso il canto, il "baile" (la danza) e la chitarra. Quando si realizza che il flamenco fa parte della propria vita, non se ne può stare senza. Inoltre è un modo diverso di comprendere la musica e il ritmo. L'espressione tramite il flamenco è radicata profondamente nella nostra cultura andalusa e cresce e matura con il tempo. Non si smette mai di imparare».
Che cosa le insegna il flamenco?
«Il flamenco mi ha insegnato a esprimermi in una maniera molto naturale e ha aperto la mia mente. Ballo già da quando sono molto piccola e sono la persona che sono adesso grazie a tutto quello che mi ha dato il flamenco, sia nella vita professionale che personale».
Perché, secondo lei, il flamenco affascina il mondo?
«È una musica popolare, radicata con la sua terra. La musica è molto passionale e ricca di emozioni sia nel testo che nelle melodie. Questo affascina il pubblico o chi sente e vede il flamenco per la prima volta».
Lei ha cominciato a ballare il flamenco quando era molto piccola. Quando e perché ha deciso che da grande avrebbe fatto la ballerina di flamenco?
«Ho cominciato a ballare quando ero molto piccola grazie a mia madre, che è una "bailaora" e che mi ha insegnato ad amare e rispettare questa arte. Mia madre ha visto il mio talento e mi ha sempre sostenuta. Poi mi sono immersa completamente in questa forma d'arte e ho continuato a studiare ed avviare una carriera fino ad oggi».
In tanti vorrebbero imparare il flamenco. Cosa gli può dire? E’ difficile, o impossibile per noi?
«Penso che la complessità del movimento e il legame stretto con la musica rappresentano il fascino del flamenco. Per questo non si smette mai di imparare. Si devono interiorizzare già da piccoli i movimenti e avere una conoscenza profonda della musica per poter apprendere veramente questa arte così complessa. Per questo invito chi studia il flamenco e chi ne é affascinato, a studiarne anche le radici. Uno studio profondo della tecnica è poi la base per poter poi raggiungere una libera espressione artistica».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Bailaora prodigio, Patricia Guerrero, nata a Granada nel 1980, a otto anni era già sul palcoscenico spinta dalla madre, la bailaora Carmen Guerrero, nella cui scuola ha mosso i primi passi. A diciassette anni ha incassato il suo primo premio, El Desplante, al Festival de Cante de las Minas (La Uníon), e a venti è stata scelta dal regista Carlos Saura per il suo film «Flamenco, Flamenco». Ballerina solista per il Ballet Flamenco de Andalucía sotto la direzione di Rubén Olmo, ha lasciato la compagnia per fondarne una propria, con la quale ha realizzato a oggi tre produzioni e ha ottenuto due Premi Giraldillo, il riconoscimento per eccellenza in ambito flamenco.
Con «Catedral», Guerrero firma anche il suo progetto teatrale più ambizioso coadiuvata dal regista Juan Dolores Caballero: insieme affrontano il tema della fede a ritmo flamenco, ambientando lo spettacolo in una sorta di chiesa, simboleggiata da un colonnato/navata, da candele e dal profumo d’incenso.
e chiediamo qual è la relazione tra flamenco e religione. «Catedral è una riflessione sulla libertà, dal punto di vista della donna e del suo ruolo nella religione. Il Cristianesimo è sempre stato molto presente nella storia della Spagna, già dai tempi dei Romani. La religione cattolica ha attraversato diverse fasi, ma da sempre è stata molto legata alla realtà politica e sociale del paese e del momento. Il flamenco è una musica autoctona andalusa ed è intrecciata alla religione; i testi delle canzoni trattano spesso temi religiosi e spesso parlano di Dio. Inoltre il mondo sonoro religioso ci ha offerta una ricchezza musicale che ha accentuato la carica drammatica dei personaggi in "Catedral"».
Che importanza ricoprono, all’interno dello spettacolo, la danza, la musica e il canto?
«Nello spettacolo rappresento una donna repressa, che non può essere se stessa a causa delle regole e dei pregiudizi sociali. Lei non può ballare, le sue manette sono il suo abbigliamento. Le percussioni sono uno specchio del suo essere interiore e esteriore e rappresentano le cose che le appartengono e che vuole legare a se stessa. La chitarra é la parte melodica e tenera della vita e il canto è il lamento del desiderio incontrollabile. Nello spettacolo abbiamo aggiunto due voci liriche che evocano i suoni ecclesiali e gregoriani che si incontrano in una cattedrale. Sono i miei angeli e i miei demoni. Infine ci sono altre tre ballerine che mi accompagnano e che rappresentano - e a volto sono - le mie ombre».
Che cos’è per lei il flamenco, una danza e…?
«Il flamenco è una forma di espressione artistica che si articola principalmente attraverso il canto, il "baile" (la danza) e la chitarra. Quando si realizza che il flamenco fa parte della propria vita, non se ne può stare senza. Inoltre è un modo diverso di comprendere la musica e il ritmo. L'espressione tramite il flamenco è radicata profondamente nella nostra cultura andalusa e cresce e matura con il tempo. Non si smette mai di imparare».
Che cosa le insegna il flamenco?
«Il flamenco mi ha insegnato a esprimermi in una maniera molto naturale e ha aperto la mia mente. Ballo già da quando sono molto piccola e sono la persona che sono adesso grazie a tutto quello che mi ha dato il flamenco, sia nella vita professionale che personale».
Perché, secondo lei, il flamenco affascina il mondo?
«È una musica popolare, radicata con la sua terra. La musica è molto passionale e ricca di emozioni sia nel testo che nelle melodie. Questo affascina il pubblico o chi sente e vede il flamenco per la prima volta».
Lei ha cominciato a ballare il flamenco quando era molto piccola. Quando e perché ha deciso che da grande avrebbe fatto la ballerina di flamenco?
«Ho cominciato a ballare quando ero molto piccola grazie a mia madre, che è una "bailaora" e che mi ha insegnato ad amare e rispettare questa arte. Mia madre ha visto il mio talento e mi ha sempre sostenuta. Poi mi sono immersa completamente in questa forma d'arte e ho continuato a studiare ed avviare una carriera fino ad oggi».
In tanti vorrebbero imparare il flamenco. Cosa gli può dire? E’ difficile, o impossibile per noi?
«Penso che la complessità del movimento e il legame stretto con la musica rappresentano il fascino del flamenco. Per questo non si smette mai di imparare. Si devono interiorizzare già da piccoli i movimenti e avere una conoscenza profonda della musica per poter apprendere veramente questa arte così complessa. Per questo invito chi studia il flamenco e chi ne é affascinato, a studiarne anche le radici. Uno studio profondo della tecnica è poi la base per poter poi raggiungere una libera espressione artistica».
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