Buenos Aires, un giorno di maggio del 2003. «Il nostro paese - spiega il relatore - non lancia bombe contro altre paesi, né invia migliaia di aerei a bombardare città; non ha armi nucleari, chimiche o biologiche. Le decine di migliaia di scienziati e medici sono stati educati all'idea di salvare vite umane. Il nostro paese è riuscito a mandare dottori negli angoli più bui del mondo. Medici e non bombe, medici e non armi intelligenti». Parole di Fidel Castro, all’epoca presidente di Cuba. Lui era un abilissimo oratore. Tuttavia, quello che disse nella capitale argentina rispondeva al vero. La prima missione medica cubana risale al 1963, in Algeria. Da allora, Cuba ha inviato più di 400.000 operatori sanitari (medici, infermieri, tecnici) in 164 paesi del mondo (Granma, 23 marzo 2020). Nell’ultimo anno, a causa dell’emergenza determinata dal Covid-19, l’Avana ha mandato una ventina di «brigate mediche» in vari stati, due di esse anche in Italia. Con circa 11,3 milioni di abitanti, oggi l’isola può contare su più di 95.000 medici e 85.000 infermieri: 9 medici e 8 infermieri ogni mille cubani (dati Onei, 2019). Per fare un raffronto, in Italia, ogni mille abitanti ci sono 4 medici e 5,5 infermieri (dati Ocse, 2019).

Secondo quanto annunciato a inizio dicembre al British Medical Journal (bmj.com), Cuba sta sviluppando quattro candidati vaccini: due - Mambisa e Abdala - presso il Centro de Ingeniería Genética y Biotecnología (Cigb); due all’Instituto Finlay de Vacunas. Questi ultimi - Soberana 1 e Soberana 2 - sono allo stadio più avanzato e da mesi sono stati inseriti nella lista ufficiale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms-Who). Le autorità scientifiche dell’Istituto Finlay hanno annunciato che il 20 gennaio è iniziata la Fase II per il Soberana 2 (riguarderà 900 persone tra i 19 e gli 80 anni d’età), mentre la Fase III è prevista per marzo. Nella caotica corsa ai vaccini (se ne stanno testando 67 e molti altri sono in attesa), corsa motivata dal profitto (per le multinazionali farmaceutiche) o da ragioni geopolitiche (per i vaccini di Mosca e Pechino), gli sforzi e i successi scientifici della piccola Cuba (tra l’altro, penalizzata dall’eterno embargo Usa) sono da guardare con meno sufficienza di quella mostrata finora. L’esperienza cubana è particolare perché riguarda un paese che suscita sentimenti molto contrastanti in base alle diverse credenze politiche di ognuno. Tralasciando questo aspetto, la sua idea di medicina e i suoi vaccini pubblici ri-aprono la discussione sulla salute come diritto o privilegio e sulla privatizzazione, più o meno esplicita, dei sistemi sanitari.

Da quando è scoppiata la pandemia - ormai è più di un anno - siamo abituati a vedere schiere di virologi (di strutture pubbliche e private) in televisione, sui giornali e sui social. Tutti preparati, alcuni più empatici, altri assai meno. Magari sarebbe buona cosa dare spazio anche a quei professionisti (esistono) che lottano per una medicina diversa e più democratica.

Da tempo, Medici senza frontiere (Msf) porta avanti la «Campagna per l’accesso ai farmaci essenziali». Nel giugno 2019 scriveva sul proprio sito: «Da decenni l’industria farmaceutica globale usa una narrativa ingannevole che giustifica come necessari e inevitabili i prezzi esorbitanti, e sempre crescenti, delle medicine, dei vaccini e degli strumenti diagnostici». Oggi il Sars-CoV-2 ha riportato alla luce le stesse problematiche. In una lettera indirizzata ai responsabili delle maggiori aziende farmaceutiche (tra cui Pzifer, AstraZeneca, Moderna, Johnson & Johnson, la russa Gamaleya, le cinesi Sinopharm, Sinovac, CanSino) e resa pubblica a dicembre 2020, Medici senza frontiere e altre cento tra organizzazioni e personalità internazionali scrivono tra l’altro: «La vostra azienda deve fare una scelta. O può proseguire come al solito difendendo i propri affari e negando a centinaia di milioni di persone un rapido accesso al vaccino, proteggendo quindi il suo potere di monopolio. O, al contrario, la vostra azienda può raccogliere la sfida posta dalla pandemia e impegnarsi per un vaccino popolare, dedicandosi a fare ciò che è giusto per garantire l’accesso a qualsiasi potenziale vaccino Covid-19 per tutte le persone in tutti i paesi». A proposito di brevetti (intesi come «l’atto legale che stabilisce la proprietà da parte di un’azienda o un laboratorio farmaceutico su una specifica scoperta»), va segnalato l’esempio del prestigioso Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, presieduto dal professor Silvio Garattini, che ha scelto di non brevettare le proprie ricerche. Tuttavia, in caso di brevetto (cioè quasi sempre), esisterebbe la «compulsory license», la licenza obbligatoria: in presenza di un’emergenza sanitaria pubblica, un governo concede a qualcuno la possibilità di produrre o vendere un prodotto sotto brevetto - per esempio, un farmaco o un vaccino - senza il permesso del titolare dello stesso.

Secondo il professor Gavino Maciocco, i tagli e i ritardi nelle forniture dei vaccini rendono logico, plausibile e urgente il ricorso alla licenza obbligatoria. «La questione dei brevetti dei farmaci - scrive il docente dell’Università di Firenze - emerge fragorosamente ogni volta che le ragioni del profitto si scontrano con quelle della salute e della vita delle popolazioni. Con i brevetti sui vaccini anti-Covid-19 la storia si ripete con il medesimo spartito: l’industria farmaceutica - lautamente finanziata con soldi pubblici - incassa miliardi dalla vendita dei prodotti e la borsa brinda all’aumento del valore delle azioni del 260%, e, mentre sale vertiginosamente il numero dei morti, i meccanismi della produzione dei vaccini s’inceppano, creando penuria, razionamento e accaparramento, e di conseguenza un aumento dei prezzi. Tutto già visto» (Salute internazionale, 27 e 29 gennaio). Ancora più esplicito è il sito «nessun profitto sulla pandemia» (no profit on pandemic). Si tratta di un’Iniziativa dei cittadini europei (European citizens’ initiative) proposta alla Commissione europea e basata su quattro richieste. La prima è di carattere generale: «Abbiamo tutti diritto alla salute. In una pandemia, la ricerca e le tecnologie dovrebbero essere condivise ampiamente, velocemente, in tutto il mondo. Un’azienda privata non dovrebbe avere il potere di decidere chi ha accesso a cure o vaccini e a quale prezzo. I brevetti forniscono ad una singola azienda il controllo monopolistico sui prodotti farmaceutici essenziali. Questo limita la loro disponibilità e aumenta il loro costo per chi ne ha bisogno». La seconda richiesta fa riferimento alla trasparenza: «I contratti tra autorità pubbliche e aziende farmaceutiche devono essere resi pubblici». La terza riguarda il controllo pubblico: «Non possiamo permettere alle grandi aziende farmaceutiche di privatizzare tecnologie sanitarie fondamentali che sono state sviluppate con risorse pubbliche». La quarta ed ultima richiesta chiede di non speculare sulla pandemia: «L’erogazione di fondi pubblici per la ricerca dovrebbe sempre essere accompagnata da garanzie sulla disponibilità e su prezzi controllati ed economici». Queste proposte e questi appelli indicano l’urgenza di percorrere strade alternative a quelle consuete. Che la salute delle persone dipenda dal «libero mercato» (con le sue regole di domanda e offerta) è una vera bestemmia. Anzi, un virus da debellare.