Bolzano. «Antonio era come un treno in corsa». «La qualità più importante era la sua formazione morale: un uomo onesto, serio, giusto». «Era l’entusiasmo fatto persona». Chi se ne va per sempre, specialmente se ne va con un inaccettabile anticipo, spesso raccoglie ovazioni che magari in vita non avrebbe ottenuto. Nel caso di Antonio Caldonazzi, attore e regista trentino scomparso nel 2010 a soli 42 anni, gli elogi sono troppi e troppo concordi per non essere sinceri. E ora, a 10 anni dalla morte, sono tutti preziosamente raccolti dentro un volume che ha un titolo che pare un ossimoro, per un attore morto prematuramente: “Teatro è vita. Antonio Caldonazzi attore, regista drammaturgo” (edizioni Temi, Trento). Ma è proprio così: il versatile teatrante di Civezzano, alle porte di Trento, in poco più di quindici anni di attività svoltasi quasi tutta nei teatri della regione con l’eccezione di alcune tournée nazionali con il Teatro Stabile di Bolzano, ha tessuto una tale ragnatela di rapporti, di collaborazioni, di idee e di azioni, da farsi rimpiangere da tutti i suoi collaboratori, dal bibliotecario del suo paese fino al direttore dello Stabile, dal custode del teatrino filodrammatico fino al grande attore di fama internazionale. A raccogliere le testimonianze racchiuse in questo volume, che da oggi è disponibile in alcune librerie della regione (a Bolzano: Cappelli, Mardi Gras e Ubik) è stata Paola Bernardi, editor trentina e operatrice culturale nel mondo dell’arte e della letteratura: «Ho conosciuto Antonio Caldonazzi, ma non ho fatto in tempo a diventarne amica, a conoscerlo meglio. Quando l’attrice trentina Anna Scalfi ha lanciato l’idea di ricordare il suo collega a dieci anni dalla scomparsa, ho subito aderito al progetto, incominciando a chiedere interventi scritti a chi ha percorso un pezzo di vita e di teatro assieme a lui. Mi sembrava importante lasciare una traccia concreta di una personalità culturale che ha fatto del legame con il territorio e con le sue radici un punto fermo, un valore grande, che potremmo riassumere nella parola etica. Ecco, Antonio, campione di etica e di generosità, meritava il riconoscimento di un lavoro breve ma molto intenso come attore, regista e autore». In realtà il volume esce solo ora, a un anno dal decimo anniversario. «Colpa della pandemia, purtroppo. Era pronto già a giugno del 2020, avevamo programmato la presentazione ufficiale e poi abbiamo dovuto fermarci in attesa di tempi migliori. Che non sembrano arrivare. E allora intanto lo facciamo uscire, poi verrà il tempo delle presentazioni in pubblico».

Ma vediamo chi sono i testimoni dell’appassionante viaggio umano e artistico di Antonio Caldonazzi, iniziato nella Filodrammatica del suo paese quando fra gli attori c’era il padre Giovanni e fra i registi il cugino Vittorio Gadotti. La biografia, dopo la puntuale introduzione di Paola Bernardi, è affidata al critico teatrale Massimo Bertoldi, che parte dalla prime esperienze filodrammatiche, passando per la formazione all’Accademia Silvio D’Amico di Roma, alle prime sperimentazioni con la Filo di Civezzano su testi non proprio scontati, al debutto con il Teatro Stabile di Bolzano che divenne la sua casa artistica per ben sedici anni, fino alla scomparsa avvenuta il 24 giugno del 2010. Ma il volume dedicato a Caldonazzi si legge con passione non tanto per la quantità di informazioni quanto per l’umanità e la passione in cui hanno intinto la penna i suoi compagni di viaggio. Alcune considerazioni si sovrappongono, ma sono utili conferme su quali fossero le qualità che il giovane attore-regista sapeva mettere in campo.

Ecco allora i testimoni della sua crescita: il sindaco di Civezzano Michele Dallapiccola che racconta il suo amico inseparabile, capace di appassionarsi anche alla politica oltre che al teatro filodrammatico. Il presidente della Filo che ne ricorda i primi passi artistici e la capacità di coinvolgere i giovani. I bibliotecari del suo paese che ne ricordano la fame di cultura e la curiosità. Tre compagni di studi all’Accademia testimoniano poi il valore di Antonio come amico, con parole mai scontate. Pieni di notizie eppure commoventi come un’orazione funebre gli interventi dei due direttori del Teatro Stabile di Bolzano, Marco Bernardi e Walter Zambaldi. Bernardi, in particolare, ricorda di aver lavorato ininterrottamente per 16 anni con Caldonazzi, conquistato prima di tutto dalla sua simpatia. Nel 1993 gli fece un provino e gli propose subito una parte in “Sissi”, dramma di Roberto Cavosi: «Non potevo neanche immaginare che avremmo lavorato assieme per 16 anni, fino alla sua prematura e tristissima scomparsa. In realtà avevo finalmente trovato il fratello minore che mi mancava». Caldonazzi divenne ben presto aiuto regista di Bernardi, firmando assieme undici produzioni del Tsb e ottenendo anche alcuni ruoli significativi come attore. Bernardi lo fotografa con tre aggettivi: «entusiasta, serio, fedele».

Walter Zambaldi ricorda di aver incominciato la sua avventura teatrale proprio con Caldonazzi, entrambi come factotum dentro il Tsb. Ne nacque una grande amicizia: «Si sbaraccava insieme, avevamo i piedi per terra e la testa fra le nuvole. Lui aveva un amore grande per la vita, per la gente, per il teatro». Tante preziose collaborazioni, eppure la sintesi perfetta del suo lavoro potrebbe essere stata l’avventura solitaria come regista e interprete di “Vino dentro” di Fabio Marcotto, replicato tante volte fuori regione e persino in Russia.

Gli attori incrociati nella sua carriera firmano qui interventi commossi: Patrizia Milani, Paolo Bonacelli, Valeria Ciangottini… E Andrea Castelli, compagno di avventure teatrali decisive: per la “drammaturgia del territorio” promossa da Marco Bernardi, misero in scena assieme “Di qua a là ci vuole 30 giorni…”, “Acciaierie” e “Sinigo”. Lavori che misero in luce la versatilità di Caldonazzi come autore e come interprete: «Se devo essere sincero – scrive Castelli – lo apprezzavo di più come regista che come attore, perché nel ruolo registico aveva idee chiare e grandi intuizioni».

L’ultima intuizione fu quella di riscoprire e rilanciare la storia di Don Guetti, storico padre della cooperazione trentina: Caldonazzi preparò assieme a Lerri Baldo un intenso monologo intitolato “In giorno di pubblico mercato” con debutto previsto al Festival dell’Economia a fine maggio del 2010. Il progetto fu bloccato dalla malattia e dalla rapida scomparsa di Antonio. E quel lavoro è rimasto lì sospeso, con musiche e scene già progettate. E pronto per un nuovo debutto. Almeno questo è il sogno di Paola Bernardi che lascia l’ultimo spazio del volume proprio al testo dedicato a Don Guetti: «La Fondazione Don Guetti è interessata, speriamo di coinvolgere altre forze, per un recupero che mi sembra doveroso. Antonio ne sarebbe orgoglioso».

Ma alla fine delle 200 pagine di “Teatro è vita” c’è una sintesi possibile? Per noi, è questa: inutile e anzi dannoso chiedersi se Antonio Caldonazzi è stato un attore da copertina, o se è stato più bravo come attore o come regista o come organizzatore tuttofare. Antonio è stato un uomo di teatro, un teatrante a tutto tondo, una figura singolarissima di artista-artigiano capace di trasmettere la sua passione ai giovani, di assistere grandi attori offrendo irrinunciabili feedback alle prove, di mettere in campo idee registiche di buona fattura, di essere credibile come interprete sia in ruoli comici sia drammatici. Il valore aggiunto è stato quello della solidità umana, il modo in cui ha costruito la sua famiglia vera – moglie e figli - trasformando in famiglia anche chi lavorava con lui al Teatro Stabile e nei teatri della regione. E con una passione divorante per le sue radici, per la terra e per il vino che produceva, per le tradizioni, per il dialetto, per il teatro fatto in casa oltre che per quello dei teatri di velluto.

Oltre che nelle librerie, il volume si può richiedere via mail a filocivezzano@gmail.com, info anche presso l’editore: temi@temieditrice.it.

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