Da sede dei sindacati a dopolavoro, a cinema
L’edificio che si vede in questa cartolina del primo Novecento oggi non c’è più. È stato spianato infatti dalle bombe della seconda guerra mondiale. Per capire di cosa si sia trattato bisogna allora leggere quanto è scritto in calce sulla vecchia cartolina che qui riproduciamo: “Gewerkschafthaus mit dem Rosengarten”, Casa dei Sindacati col Catinaccio. Sorgeva a Bolzano all’angolo tra le odierne vie Dante e Gilm (Hermann von Gilm zu Rosegg, 1812/1864 - giurista e poeta austriaco operativo centottanta anni fa soprattutto a Brunico, ma successivamente anche a Rovereto, Vienna e Lienz; la via fu intitolata al giurista Gilm perché lì di fronte era stato costruito il Tribunale, oggi dignitosissima sede dei Carabinieri, che nasconde però tuttora un carcere indegno). Quando la parte sud del Tirolo fu inglobata in Italia (primo dopoguerra), l’edificio continuò ad ospitare il sindacato ferrovieri. Poi nella primavera del 1921 si scatenò un’ondata di scioperi che misero a dura prova i trasporti ferroviari: treni bloccati per quasi un mese dai ferrovieri altoatesini, sia italiani che tedeschi, ai quali si unirono quelli giuliani, trentini e di Innsbruck.
Lamentavano tra l’altro la mancanza di alloggi, un problema anche allora. In quell'aprile 1921 il clima in Alto Adige era già caldo: a Bolzano, a febbraio, Achille Starace (fu fucilato nel 1945 a Milano) aveva fondato i “fasci di combattimento”, i quali, con metodi non ortodossi rivendicavano l’italianità del territorio. Il 24 aprile durante la processione del Sacro Cuore fu assassinato a Bolzano il maestro Franz Innerhofer e il giorno successivo una folla di 8.000 persone protestò in piazza Mercato (oggi Verdi).
Il governo inviò personale inesperto della Marina Militare; i fascisti gettarono benzina sul fuoco lamentando danni incalcolabili alle nostre ferrovie e alla patria; furono inviati crumiri (a Innsbruck vennero presi a bastonate), furono razionati i viveri, tutto il personale venne minacciato di licenziamento. Ma la protesta non si fermò, il sindacato dei ferrovieri italiani, contribuì al sostegno economico sia dei ferrovieri che delle loro famiglie. Anche il sindacato dei ferrovieri tedeschi era ben organizzato: già con l’Austria aveva dato prova di compattezza. I rapporti tra i due sindacati erano ottimi: ferrovieri italiani e tedeschi, insieme a quelli di Innsbruck, combatterono pertanto praticamente un’unica lotta. Con i ferrovieri solidarizzò anche l’allora partito socialdemocratico tedesco, che era in ottimi rapporti con il partito socialista italiano, in particolare con Giacomo Matteotti e Filippo Turati, tra i primi a riconoscere il problema sudtirolese.
Lo sciopero durò 27 giorni e fu, probabilmente, il più lungo di sempre dei ferrovieri nostrani, i contrasti etnici essendo stati accantonati in nome di un comune interesse. Ai primi di giugno le rivendicazioni furono finalmente quasi tutte accolte. La vittoria fu però effimera, perché sul finire dell’anno molti ferrovieri di madrelingua tedesca subirono pesanti ripercussioni lavorative e furono licenziati o costretti a trasferirsi in Austria, mentre il loro rappresentante Adolf Berger fu espulso dall’Italia. Con il successivo avvento del fascismo i liberi sindacati furono sciolti e l’edificio venne “fascistizzato” nello stile razionalista allora in voga. Se ne fece la sede del DOPOLAVORO e la scritta apparve a tutte lettere maiuscole sul frontone, finché durante un bombardamento l’edificio non fu abbattuto. Restarono allora sul muro sbrecciato solo alcune lettere male auguranti: “O LAVORO”, come dire “zero lavoro”. Erano rinnovati anni bui. Poi vi si costruì il cine-teatro “Augusteo”, oggi c’è l’Auditorium.