PHOTO
MERANO. Dagli studi classici alla quasi laurea in lingue a Bologna, quella che ha portato Anastasia Ivana Capraro dalla sua Peschici a diventare la prima sommelier d’Italia per la prestigiosa guida ai ristoranti Michelin, è una parabola intensa fatta di tante tappe e una vocazione maturata negli anni.
Arrivata per lavoro in Alto Adige come tanti suoi compaesani, per le “stagioni” non si è più mossa, ottenendo rapidamente ruoli e visibilità. Sempre ai massimi livelli: prima il ristorante gourmet Einhorn del Hotel Stafler di Mules quindi il ristorante bistellato del Hotel Castel, il Fine Dining sotto la guida di un maestro come lo chef Gerhard Wieser. Non un colpo di fulmine a ciel sereno, ma una vocazione che in famiglia già aveva coinvolto il padre e la madre, entrambi cuochi ora in pensione. Ma il vero amore è scoccato con Bacco. Poi quel palco a Parma, l’incoronazione a regina della sala e del vino.
Come ci è arrivata?
Ho cominciato ad occuparmi di vino quasi subito, sin da quando sono arrivata in Alto Adige nel 2008.
Lei, classe 1973, che fino a quel momento si era occupata di tutt’altro.
Mi sono subito accorta che in questa terra di vini era indispensabile saperne qualcosa, così ho iniziato ad approfondire la mia fino ad allora superficiale conoscenza.
Tra corsi e degustazioni?
In primo luogo semplicemente visitando ogni tipologia di azienda, di produttore, ogni cantina che potevo. Ne studiavo la stilistica e le conoscenze degli enologi, cercando di imparare da loro. A scuola tra vigna e cantine. Ed è lì che è nata la passione.
L’Alto Adige è stata certamente una terra fertile anche in questo senso: cosa distingue il vino altoatesino dagli altri?
L’Alto Adige del vino è una regione che fa sistema: le aziende sono unite, soprattutto quando si tratta di trasmettere il messaggio di chi sono e cosa vogliono. Questo aiuta molto nella comunicazione e nella promozione, perché l’obiettivo diventa per tutti lo stesso. Non si va in ordine sparso, ognuno per sé...
E il territorio?
La geografia gioca un ruolo importantissimo: in così poca superficie vitata abbiamo una grande varietà di terreni e terroir, tanti vitigni, e questo contribuisce molto sotto il punto di vista dell’offerta, ricca nonostante le dimensioni ridotte, con tanti diversi vitigni che rispondono alle esigenze di ogni tipologia di gusto. Anche troppo.
Ma il suo ruolo si gioca soprattutto in combinazione con la cucina...
Lavorare con Gerhard Wieser (chef del ristorante Fine Dining di Tirolo) è stato sempre il mio sogno nel cassetto perché guardavo a lui come lo chef della precisione e della raffinatezza. Un punto di riferimento per la disciplina e l’etica del lavoro in cui credo fortemente.
Passione e rigore.
E determinazione. E questi sono i miei punti forti di riferimento ancora oggi. Una grande gratificazione lavorare con lui. Si impara ogni giorno.
Così come le proprie origini, dei genitori cuochi abbiamo già accennato.
Ho un bellissimo rapporto con le mie radici. La mia è una terra ricca e umile. Amo la Puglia solare della gente che lavora con passione, che è intimamente legata e connessa al mare e al sole. E poi sì, nasco da una famiglia di gastronomi. Mamma e papà erano cuochi anche se ora in pensione e loro mi hanno insegnato l’umiltà e la generosità. A rapportarmi con il cliente cercando di capirne le esigenze e sempre con il sorriso.
Come Sinner.
Ma io non gioco a tennis.
E poi i viaggi e i tanti sacrifici personali, compresa la famiglia.
Ogni viaggio che riuscivo a fare è sempre stato un viaggio mirato a conoscere e scoprire quello che è il mondo del vino. Tantissimi sacrifici anche grazie alla mia famiglia che mi è stata vicina. Felice di averli fatti. Così ho portato a casa il mio sogno più grande.
Una stella grande grande.
Un risultato per cui si lavora e combatte una vita, senza mai sapere se si raggiungerà. Ma quando arriva è una gioia immensa.
Lo hanno visto tutti sul palco, come la bella dedica a Mara Severin sommelier scomparsa nel crollo del ristorante "Essenza", Terracina, a luglio.
Un momento tragico anche per tutti noi.
Professionalità ed empatia.
Sì, credo che ci vogliano entrambi per far felice il commensale, comprendere le sue esigenze e rendere la cena un’esperienza memorabile.
E le sue di passioni a tavola e col vino.
I miei vini preferiti li conoscono tutti ma quello che amo soprattutto è ciò che ci sta dietro, quello che c’è di pulito, l’onestà delle persone che con grande passione vogliono trasmettere. Quando conosco dei vignaioli o produttori che mi trasmettono questa passione, l’anima del vino, è lì che poi diventa il mio vino del cuore. Dietro ci deve sempre essere un sentimento. Poi certo se decido di mangiarmi una bella pizza non mi dispiace accompagnarla con un bel riesling.
Aspro e dolce ma perfettamente equilibrato, come Ivana Capraro.


