Storie

Daniela Tommasini e l'amore per la Groenlandia, terra "del nulla e del tutto"

Geografa culturale e studiosa delle comunità periferiche, Daniela Tommasini vive in Alto Adige da 40 anni. Ha raccontato in un libro il suo incontro inatteso con la Groenlandia


Jeanne Perego


BOLZANO. C’è chi viaggia per scoprire il mondo e chi, invece, trova un luogo che finisce per trasformarlo. Per Daniela Tommasini, friulana residente “per amore” in Alto Adige da 40 anni – ora a Cornaiano – la Groenlandia è questo: un incontro inatteso, avvenuto nel 1994, che si è trasformato in un rapporto che dura da decenni. Ricercatrice, geografa culturale e studiosa delle comunità periferiche, ha attraversato villaggi remoti, condiviso la quotidianità delle famiglie, imparato i ritmi del ghiaccio e dell’attesa. Il suo primo libro (che sarà presentato a Bolzano il 28 febbraio alle 18 alla Ubik) è un racconto personale e insieme culturale: una storia d’amore con un territorio estremo, ma anche un ritratto della sua società, le sue tradizioni e le tensioni politiche che la attraversano. Ne nasce uno sguardo intimo su un luogo spesso raccontato solo per la sua durezza o la sua importanza geopolitica.

Lei scrive che il suo rapporto con la Groenlandia è nato a Bolzano, come è successo?
«Un sabato mattina eravamo a Bolzano e mio marito ha incontrato un amico di gioventù, Robert Peroni. Con un gruppo di amici molto sportivi nel 1980 erano stati insieme in Groenlandia. Robert, che si era ormai stabilito sulla costa orientale della Groenlandia, a Tasiilaq, stava organizzando un convegno per lo sviluppo di attività turistiche insieme alla popolazione locale. Mi ha invitata a partecipare dato che mi occupavo di questi temi. L’idea, caldeggiata da mio marito, era solo per un viaggio di una settimana, invece ha dato una svolta alla mia vita accademica: dopo un primo convegno “artico” ho lavorato all’Università di Roskilde, in Danimarca, e così la mia ricerca si è orientata naturalmente alla Groenlandia».

Il suo libro nasce come un “diario d’amore”. Quando ha capito che il suo legame con la Groenlandia era qualcosa di più di un semplice viaggio o di un interesse scientifico?
«Subito, quel paesaggio e quella luce mi avevano letteralmente fatta innamorare. Così dopo quella prima settimana ho solo pensato a come fare per ritornare là. All’epoca ero in Dottorato di Ricerca a Geografia Alpina, a Grenoble. Ho fatto il possibile per riorientare la mia attività di ricerca dalle Alpi all’Artico e, con tutti gli alti e bassi della carriera accademica, adesso posso dire che ci sono riuscita».

Nel titolo si parla di “terra del nulla e del tutto”. Che cosa significa per lei questa apparente contraddizione?
«Per noi che arriviamo in un luogo tanto lontano e sconosciuto pare davvero la terra del nulla, ma via via ho imparato, grazie non solo al lavoro ma anche alle amicizie, che è una terra dove c’è tutto. Gli Inuit la abitano da più di 4000 anni e hanno trovato in questo ambiente tutto quello che può servire alla loro vita».

Lei è arrivata in Groenlandia “per caso” nel 1994. Qual è la sensazione che ricorda con più intensità di quel primo incontro?
«La luce, soprattutto il bianco che mi pareva infinito e vuoto, ma conoscendo meglio il Paese ho imparato che è un bianco pieno di vita».

Nel tempo il suo sguardo è cambiato: da visitatrice a presenza quasi familiare. Quando ha percepito davvero di essere stata accettata dalla comunità groenlandese?
«Via via che i soggiorni si sono ripetuti, i contatti sono divenuti amicizie e la familiarità quasi usuale. Inviti alle loro cerimonie e ricorrenze, anche solo una festa di compleanno o l’essere invitata al “knitting club”, stare lì a chiacchierare e lavorare a maglia, i ripetuti inviti per imparare del cibo, qualche rudimento del linguaggio, andare con loro d’estate a raccogliere bacche, andare a caccia. Tutto ha contribuito a farmi sentire quasi una parte di loro. Ho sempre agito con rispetto, quando arrivo in una località nuova, anche se ho dei riferimenti a cui rivolgermi, mi tengo in disparte e lascio che si “abituiscano” alla mia presenza».

È facile fare amicizie in quelle comunità?
«È facile entrare in confidenza, sono comunità coese, fin da quando erano nomadi sanno che un ambiente così poco ospitale non perdona e che la forza sta nel gruppo. Non ci si possono permettere inimicizie. Si può sempre aver bisogno dell’altro e si è pronti a dare aiuto. Il rispetto per l’altro è radicato nella loro mentalità».

Nel libro racconta una quotidianità condivisa con le persone del posto. Qual è la lezione più importante che ha imparato vivendo accanto alle famiglie groenlandesi?
«Il rispetto per l’altro ma anche la loro disponibilità, la gentilezza, la condivisione. Sto soprattutto con le donne e sappiamo parlare di tutto, farci anche le confidenze più intime. Ho tanti ricordi di momenti felici e allegri ma anche di condivisione di un dolore, di un lutto».

Lei parla spesso del valore del silenzio, dell’attesa e dell’osservazione. Sono dimensioni che in Occidente abbiamo smarrito?
«In parte sì, in quei luoghi tutto può cambiare repentinamente, le condizioni meteorologiche condizionano tutto, in mezza giornata si possono avere tutte le stagioni e loro sono profondi conoscitori del paesaggio, e questo ha certamente influito nell’essere Inuit: osservare, attendere e stare in silenzio. Non c’è l’ansia di riempire il vuoto, si parla se c’è qualcosa da dire, dopo aver riflettuto, senza interrompere. Ho imparato che anche il silenzio può essere pieno di parole».

Il territorio groenlandese è sempre più al centro dell’attenzione geopolitica internazionale. Come vivono gli abitanti questo improvviso interesse globale per la loro terra?
«Non essendo abituati ad essere al centro dell’attenzione globale, all’inizio hanno vissuto questi avvenimenti con stupore e poi, dopo gli ultimi proclami, con timore. Adesso sono in attesa, sono convinti che, come hanno imparato vivendo lì, una soluzione sarà trovata. Quel che hanno chiaro è il non voler essere comprati da nessuno. Fin dalla prima autonomia nel 1979 e poi con la successiva del 2009, l’obiettivo di tutte le forze politiche e della popolazione è solo uno: l’indipendenza, la totale autonomia dalla Danimarca. Anche se gli ultimi avvenimenti li hanno portati a restare uniti alla Danimarca, paese membro della Nato. Sanno che l’indipendenza sarà possibile, è questione di tempo».

Nel suo libro emerge chiaramente il desiderio diffuso di indipendenza dalla Danimarca. Che cosa significa, nella vita quotidiana delle persone, l’aspirazione a “diventare adulti”?
«Ho usato quest’espressione perché, quando là i ragazzi fanno la cresima entrano nell’età adulta e devono decidere del loro futuro: mi è sembrato un buon paragone, la Groenlandia desidera diventare adulta, decidere del proprio futuro».

Lei vive da molti anni in Alto Adige. In che modo il paesaggio alpino dialoga, dentro di lei, con quello artico?
«Le montagne sono parte della mia immagine interiore, così nell’Artico ho trovato similitudini. La prima volta che sono andata nel sud dell’isola, dove sono allevatori di pecore, il paesaggio era molto simile al nostro in alta montagna, ma c’erano gli iceberg in mare».

Lei ha detto che qui è “quasi troppo bello” e che sente il bisogno di luoghi più vuoti e silenziosi. Cosa le ha insegnato la Groenlandia sul nostro modo di abitare il territorio?
«Provengo da un piccolo paese del Friuli che, quando ero bambina, era molto isolato. Così venendo in Alto Adige mi pareva tutto troppo bello e perfetto, per esempio rispetto a casa qui non pioveva quasi mai. Andavo spesso in Val Sarentino, lì riuscivo a ritrovare atmosfere friulane, tanto verde, boschi, montagne. Abbastanza vuoto. La Groenlandia mi è molto cara anche per questo. Ho bisogno di vuoto, silenzio e sì, anche di freddo».













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