Ettore Tolomei, l’uomo che inventò l’Alto Adige 

Freschi di stampa. Maurizio Ferrandi torna 30 anni dopo con una nuova edizione del libro Lo scontro tra i nazionalismi e i fantasmi di un passato che occupa ancora le cronache Lo storico Hannes Obermair: «Era allora e resta oggi una monografia controcorrente»

di Hannes Obermair

A oltre trent’anni dalla prima pubblicazione, è arrivata da pochissimo in libreria per le Edizioni Alphabeta, una nuova e aggiornata edizione dell’unica monografia sinora dedicata a Ettore Tolomei, che ripercorre minuziosamente la vita di un uomo paradigmatico, che indaga una personalità nella quale si riflettono i grandi avvenimenti che segnano la storia dell’Alto Adige, diventato teatro di uno scontro tra nazionalismi tuttora vivi e presenti nella cronaca quotidiana. Il libro è firmato da Maurizio Ferrandi. Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo qui di seguito la prefazione al volume, scritta dallo storico Hannes Obermair.



hannes obermair

bolzano. Quando nel lontano 1986 uscì presso un coraggioso editore trentino il libro “Ettore Tolomei. L’uomo che inventò l’Alto Adige”, una generazione sudtirolese come la mia, imbevuta delle lezioni progressiste e universalistiche degli ultimi anni di Guerra fredda (che in verità pensavamo sarebbe durata in eterno), si strofinò non poco gli occhi. Ma come, un intellettuale bolzanino di lingua italiana si era prodigato a decostruire proprio Ettore Tolomei?

La verità nera.

Maurizio Ferrandi, il suo nome, aveva osato mettere in luce la “verità nera” (proprio così la chiama Roland Barthes nelle sue stratosferiche Variazioni sulla scrittura) del nazionalismo italiano? In poche parole, stavamo assistendo a quello che Alexander Langer aveva chiesto ai dissenters sudtirolesi – divenire un “traditore etnico”? Ebbene sì, qui qualcuno aveva saltato il fosso e gettato il cuore oltre l’ostacolo, anzi il filo spinato, dei reciproci veti e delle contraddizioni etnopolitiche che avevano bloccato così a lungo questo territorio dalle innegabili potenzialità. Brevemente rientrato allora da Innsbruck (dove come molti altri pensavo di rimanere per sempre, giacché a Bolzano l’era glaciale sembrava non finire mai, e infatti girai per altri anni tra Vienna e Monaco), con una certa trepidazione comprai il libro con la copertina rossa e con un titolo che era già un programma. Un libro che descriveva e criticava, pagina dopo pagina, il dna dello sciovinismo italiano in salsa altoatesina. Evento inaudito e alquanto incredibile in quegli anni. Uso queste parole forti per cercare di far rivivere lo stupore prima e l’ammirazione poi per l’operazione editoriale del 1986. Le nostre – o forse è meglio che dica le “mie” – emozioni erano allora profondamente miste: in Austria Kurt Waldheim batteva la cassa fascistoide e veniva eletto presidente, a Haider era appena riuscito il Putsch di Innsbruck, mentre Gorbačëv aveva appena annunciato la Glasnost. Ero combattuto tra il pessimismo del rigurgito revanscista e neonazista, e l’ottimismo della verità che libera dai fantasmi del passato. Ferrandi colse questo spirito in pieno, a mio avviso. Ed è significativo che lo dovette fare, editorialmente parlando, a sud della Chiusa di Salorno, la quale spesso era – ed è tuttora – anche una chiusura mentale.

Il neofascismo nostrano.

Allora cercavo di spiegarmi l’esilio tipografico con fattori contingenti, però era difficile non scorgere il risorgere del neofascismo nostrano con l’MSI trionfante a Bolzano città, gli Schützen che protestavano al congresso SVP di Merano, le prime mosse terroristiche di Ein Tirol, ma anche la «bibbia dell’italiano incazzato» (Langer) che fu “Sangue e suolo” di Sebastiano Vassalli, pubblicato già nel 1985, non da Publilux ma da Einaudi. Ecco, doveva essere il contrario, era questo il mio pensiero di allora: Ferrandi da Einaudi, con tutto il rispetto per l’editore di Trento. Oggi, potendo riconoscere le ragioni di entrambi (e Vassalli contribuì non poco a questo revirement, con la sua ritrattazione pubblicistica del 2015), penso che Ferrandi fu molto più coraggioso di Vassalli, anzi, lo considero un “ardito” di sinistra (talvolta dobbiamo scippare anche noi i concetti all’altra parte). Egli affrontava quel percorso difficile e spinoso dell’analisi nuda e cruda che Claus Gatterer prima e Leopold Steurer dopo avevano intrapreso con le loro opere sul versante tedescofono: indagare l’indole propria, non quella altrui, i casini fatti in casa, per così dire. Noli foras ire, in te ipsum redi, come l’antesignano Agostino esternava nelle Confessioni. L’onestà intellettuale di Ferrandi, mi pare di capire, non fu però compresa né recepita, come avrebbe invece pienamente meritato. Sarebbe uscita, solo un anno più tardi, la monografia di Gisela Framke sul Tolomei, che sembrava soddisfare i lettori di lingua tedesca, ma non certo placare i revanscismi sudtirolesi à la Josef Rampold o Othmar Parteli, che vollero fissare per sempre l’immagine tolomeiana del “becchino del Sudtirolo” e oscurare al contempo l’aggrovigliamento nazista della propria parte. Ma torniamo al testo di Ferrandi. Esso merita a pieno titolo di essere riproposto, quasi trentacinque anni dopo la sua prima uscita, perché non è per nulla invecchiato. E non lo è per due motivi.

Una controlettura.

Il testo di allora era un’acuta controlettura di un personaggio travisato – nel mettere in luce tutti i tratti odiosi di un ultranazionalista come Tolomei, Ferrandi spiegava anche gli ingredienti di una Weltanschauung siffatta e ci vaccinava pertanto contro ogni sua riproposizione. Ma andava oltre, mettendo in luce le “ragioni” di tale aberrazione. Questo è l’illuminismo, mi dicevo allora, e lo penso tuttora. «Usa la tua mente» come ebbe a pronunciare Kant. Non credere alle mitizzazioni, riporta le cose al loro nucleo originario, riducile all’osso. Ferrandi pone in luce le angosce profonde di ogni nazionalismo che teme di perdere, sempre. Perdere l’identità (e nessuno è mai stato in grado di definire cosa quest’entità misteriosa fosse), l’egemonia economica e sociale (e qui ci siamo). La lettura di Ferrandi – ed è per questo che continua a convincere – mette a nudo la debolezza di ogni discorso identitario, anche contemporaneo.

Un vangelo nazionalista.

Un discorso di principio, e quasi assiomaticamente recessivo perché sempre volto alla scomparsa paventata, che racchiude anche l’aspetto più moderno di Tolomei, ovvero la sua creatività nominalistica. Sappiamo cosa sono le fake news molto prima di Trump, che condivide con Ettore non solo la T del nome di famiglia. Divulgando notizie in modo distorto e inventando i nomi si costruisce una realtà che prima non c’era, disegnando cartine controfattuali si istituisce un nuovo stato delle cose, predicando il vangelo nazionalista si promette un cielo nazionale, distinto anch’esso per bandiere. Ecco, qui sta la forza del libro di Ferrandi, una forza che indubbiamente trascende la figura descritta, di certo mediocre. La sua monografia, controcorrente negli anni Ottanta, era ed è radicale proprio per la sua estrema onestà intellettuale. Mentre altri autori di lingua italiana, con pochissime eccezioni, andarono semplicemente avanti – ed è anche la via più semplice – a denudare l’innegabile filonazismo sudtirolese o a concentrarsi su una visione manichea e comunque vuota delle realtà locali, Ferrandi affrontò a viso scoperto tutte le insidie del caso tolomeiano riportandolo al suo nucleo originale: la paura.

Due citazioni.

Alla prima edizione, così come a questa, del libro sono anteposte due citazioni congeniali del grande George L. Mosse e de “L’Illustrazione italiana” (che forniva peraltro il motto del titolo), le quali racchiudono il campo d’indagine: predominio e imposizione. Aggiungerei Eric Hobsbawm, cui dobbiamo il fortunato assunto dell’“invenzione della tradizione”, e Benedict Anderson, che ha smontato il concetto di “nazione” quale comunità politica immaginata, e intrinsecamente falsa. È su questa falsariga di demistificazione che si muove la riedizione del libro di Maurizio Ferrandi. Non negando il nucleo originario della prima edizione, anche perché non vi sarebbe ragione alcuna, egli aggiunge ulteriori considerazioni, alla luce del tempo trascorso da allora. Non deve rinnegare nulla di quello che ha scritto mentre il reattore di Černobyl’ e lo space shuttle Challenger esplodevano facendoci tornare in mente la scritta nefasta apparsa su un muro alla corte babilonese di Nabucodonosor. Anzi, l’autore integra e attualizza, aggiungendo non solo considerazioni puntuali sulle carte tolomeiane scomparse – e tutto sommato irrilevanti, in quanto il personaggio aveva già avuto modo di rendere pubblico per intero il suo pensiero, virgole comprese, sulla sua rivista, l’“Archivio per l’Alto Adige”, o nelle sue Memorie di vita (scritte con una presunzione che oggi potremmo definire “sgarbiana”) –, ma andando oltre la sua figura e inabissandosi nel suo erede ideale, Carlo Battisti. Il glottologo trentino, editore del monumentale Dizionario toponomastico atesino ne fu il successore intellettuale, disponendo tuttavia di strumenti decisamente più scientifici e oggettivanti. È qui che traspare la verve, il fegato di Ferrandi, ovvero il coraggio nell’affrontare di nuovo i deragliamenti ideali di una scienza piegata alla politica, e pertanto rivelatrice di un qui pro quo: mantenere la presunta superiorità morale sull’altro, anche se la posizione propria, a ben vedere, si è dileguata o sfasciata. La grandezza del libro di Maurizio Ferrandi, giustamente riproposto e ampliato, sta tutta qui: esso testimonia con forza che le contrapposizioni sudtirolesi non hanno ragione di esistere, e ove ci sono, devono essere analizzate, criticate e sbiadite alla luce della “ragion pura”, come il sapiente di Königsberg-Kaliningrad ci ha insegnato.