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BOLZANO. Alejandro Solalinde è uno dei più coraggiosi testimoni dell’ America Latina di oggi. Un prete della tempra di Oscar Arnulfo Romero, il vescovo di San Salvador ucciso nel 1980 che ha conosciuto e a cui si ispira. E la violenza che vive nello stato di Oaxaca, a sud del Messico, è devastante. Forse è uno dei lembi di terra dove gronda più sangue. Nei primi tre mesi di quest’ anno ci sono stati 211 omicidi. Su questa frontiera degli eccidi Solalinde ha realizzato l’ ultimo rifugio per i più poveri, i più vulnerabili, i più esposti alla sopraffazione: i migranti senza documenti (gli indocumentados). Ha creato il centro di accoglienza “Hermanos en el camino”, che ospita fino a 20 mila migranti l’ anno. Sono uomini, donne, ragazzi, perfino bambini che tentano di attraversare il confine fra Messico e Usa ma che per la maggior parte sono preda dei trafficanti - i vari cartelli del nacrotraffico - che hanno costruito il business sulla loro pelle. Per questo suo impegno Solalinde è stato insignito di numerosi premi per i diritti umani e ora è candidato al Nobel per la pace. Ma è anche sotto costante minaccia di morte dei narcos ed è costretto a girare sotto scorta.
Alejandro Solalinde sarà a Bolzano martedì 9 maggio alle ore 18 nell’ aula D101 della Libera Università per presentare il suo libro-denuncia, “I narcos mi vogliono morto” (prefazione di Luigi Ciotti) uscito con la Emi. Un libro che toglie la terra sotto i piedi, che fa accapponare la pelle e piangere. Tanto. Un pianto ininterrotto sul destino di migliaia di uomini e donne poveri, indifesi, disumanizzati dal crimine e dalla spietatezza dell’ uomo lupo per l’ altro uomo.
Alejandro Solalinde, Lei è un testimone del Vangelo che vive in una terra dove i Cristi di oggi vengono quotidianamente respinti, rifiutati, brutalizzati e spesso uccisi. Ci faccia capire: chi sono gli indocumentados che cercano di superare il confine del Messico per arrivare nella terra promessa tanto agognata?
«Negli ultimi anni, il Messico è diventato, in misura crescente, corridoio di passaggio per i centroamericani – salvadoregni, honduregni e guatemaltechi – in fuga dal mix di ferocia e miseria che dilania il Centro America, la regione più violenta al mondo. Mezzo milione di esseri umani: donne, uomini, bambini, ogni hanno, attraversano il Paese diretti verso gli Usa. Non si tratta ormai più di inseguire il “sogno americano”, come è stato per lungo tempo. Lasciare la propria terra è, soprattutto per i giovani, questione di vita o di morte. Restare vuol dire essere ammazzati da bande criminali sempre più potenti, eredità dei conflitti civili degli anni Ottanta».
La Bestia non è solo una metafora del male tratta dalla Bibbia. La Bestia in Messico è per i migranti l’ unica ancora di salvezza per cercare di superare il confine. È mai possibile che per difendere la propria vita oggi milioni di esseri debbano aggrapparsi sul dorso di un treno in corsa?
«La Bestia è il treno che trasporta le merci dal sud al nord del Messico, per un tratto di 4mila chilometri. Nel Paese, in pratica, non esiste trasporto passeggeri su rotaia. Per raggiungere il confine settentrionale, i migranti irregolari devono, dunque, arrampicarsi sulla Bestia. Sui bus i controlli sono frequenti. Gli “indocumentados” viaggiano sul tetto del treno, esposti alle intemperie: in teoria è vietato, ma le mazzette convincono facilmente i macchinisti. Il tragitto della Bestia non è diretto. Dopo 10-12 ore di cammino, si ferma. Un altro treno proseguirà verso nord, dopo qualche ora o qualche giorno. Proprio in queste pause, i migranti corrono il maggior rischio di essere sequestrati da bande criminali. Oltretutto, ora, il governo ha aumentato la velocità per scoraggiare la migrazione irregolare. L’unico risultato è stato quello di far salire vertiginosamente gli incidenti: sempre più irregolari si presentano al rifugio con arti amputati e ferite provocate da La Bestia».
In Europa si parla poco della “guerra” che si sta combattendo in Messico sul fronte del narcotraffico. Una guerra terribile che ha già provocato 250 mila morti. Perché i migranti indocumentados fanno così gola ai narcos?
«I narcos, grazie alla complicità di interi pezzi di istituzioni, controllano ampie porzioni del Paese. Essi hanno visto in questo flusso di individui indifesi – poiché stranieri senza documenti – che attraversa il Messico, un’ imperdibile occasione di guadagno. I migranti sono una preda fin troppo facile: ufficialmente non esistono. Chi denuncia, dunque, se spariscono? Così è nata l’ industria del sequestro dei migranti. La “caccia” può avvenire sul treno, nelle stazioni d’ arrivo, nelle vie isolate imboccate per sfuggire al controllo delle autorità. Gli irregolari vengono presi a gruppi di decine, a volte anche di centinaia. Gli unici dati disponibili – i casi registrati con nome e cognome nel 2009 e nel 2010 – parlano di 20mila rapimenti l’anno. I sequestrati sono portati nelle cosiddette “case di sicurezza”. Prigioni clandestine allestite in fattorie isolate ma anche in appartamenti in città. Là avviene la selezione: gli anziani “inutili” vengono freddati sul posto. A chi ha un parente o un amico stretto negli Stati Uniti viene estorto il numero di telefono per poter chiedere il riscatto. Si parte dai duemila dollari e si va fino ai settemila. Per convincerli a “scucire”, i narcos fanno sentire in diretta telefonica le sevizie inflitte al congiunto. Giovani e giovanissimi, poi, sono arruolati a forza e impiegati come carne da cannone negli scontri a fuoco con le bande rivali. Le donne sono, in genere, rivendute nel mercato del sesso, i bimbi in quello della pedofilia o delle adozioni clandestine. C’è, infine, il business del traffico d’organi».
Lei è stato minacciato di morte, vive sotto scorta. Leggendo il suo libro viene da pensare a Romero, anche lui isolato, accusato dalla sua stessa chiesa di essere un sovversivo, una testa calda. Si sente anche lei solo nella sua battaglia?
«Ho conosciuto monsignor Romero. L’ ho incontrato all’arcivescovado di San Salvador il 19 settembre 1979. Sarebbe stato assassinato poco dopo. Quando lo incontrai, monsignor Romero si mostrò tranquillo. Disse che la sua vita era nelle mani di Dio, per questo non aveva paura della morte. Nemmeno io temo la morte. E no, non mi sento solo. Sento Dio accanto a me. Da solo non muoverei un solo passo. È grazie a Lui se ho potuto proseguire finora».
La teologia della liberazione ha fatto la scelta preferenziale per i poveri. Questa teologia è ancora presente nel continente latinoamericano?
«Certamente! L’opzione preferenziale per i poveri non è solo alla base della Teologia della Liberazione. È un imperativo cristologico. Il cristianesimo implica un’ opzione irrevocabile per l’ essere umano, qualunque essere umano. Da qui, come conseguenza diretta, discende l’ineludibile “presa di posizione” in favore dei poveri. Solamente questi ultimi possono salvare l’ umanità dell’essere umano».
La politica utilizza spesso degli stereotipi per demonizzare i migranti. Anche in Europa essi vengono considerati come i capri espiatori di una violenza mimetica. Cosa direbbe ai politici che si trovano a governare questo “problema”?
«I migranti sono un segno dei tempi. Sono vittime del neoliberismo selvaggio che ha divorato il proprio Paese d’origine e li ha costretti a lasciarlo. In questo senso, sono testimoni di un mondo in disfacimento. Al contempo, però, i migranti sono i pionieri del futuro. Anticipano, con la loro ostinata resistenza, la possibilità di una nuova società. Perché? Perché non hanno paura di rischiare. Non hanno nulla da perdere: il sistema neoliberista dominante gli ha già strappato tutto. Sono, dunque, costretti ad andare all’essenziale. Lo imparano lungo il cammino, fra atroci sofferenze. Noi, invece, siamo perennemente terrorizzati. Temiamo di perdere il denaro, il benessere. La paura ci paralizza. Rendendoci ancor più schiavi di questo sistema disumanizzante. Chiusi a doppia mandata nelle nostre isole blindate, viviamo paralizzati dal terrore. O, ancora, ci illudiamo di vivere. Non è, però, troppo tardi. Possiamo e dobbiamo avere il coraggio di rischiare un po’ del nostro benessere per restare umani. Non più noi o voi ma noi e voi, io e l’altro. Insieme. O ci salviamo tutti o tutti verremo travolti».


