Oggi la cosa è (abbastanza) accettata, ma una volta la gravidanza di una donna non regolarmente coniugata davanti al prete o all’ufficiale di stato civile, con tanto di cerimonie, benedizioni, canti, cin-cin e atti pubblici era cosa assolutamente riprovevole. E una giovane che si fosse venuta a trovare in questa situazione doveva superare difficoltà enormi. Un vero e proprio dramma.

Difficile la via d’uscita, che non escludeva alle volte addirittura il ripudio da parte della famiglia d’origine e l’avvio alla prostituzione. Spaventate, disperate, alle prese con un esserino marchiato come “frutto della colpa”, spesso non trovavano altra soluzione che quella di liberarsene, sopprimendolo o abbandonandolo (in molti conventi di monache esisteva la “ruota”, un varco attraverso il quale i neonati potevano essere trasferiti di nascosto dalla strada all’interno delle comunità monastiche, dove le suore se ne sarebbero presa cura). In questa realtà erano frequenti i procedimenti giudiziari per infanticidio.

I giornali non ne raccontavano volentieri, quelli perbenisti in particolare. Ma sul finire dell’Ottocento le “Bozner Nachrichten” si dimostrarono più aperte. Il quotidiano venne pubblicato a Bolzano dal 1894 al 1925 ed era di orientamento liberal-nazionalista, vicino al sindaco Julius Perathoner, e pertanto alternativo a “Der Tiroler” che si stampava a Innsbruck. In soldoni possiamo dire che era un giornale tendenzialmente laico, mentre quello tirolese propendeva al clericale.

Ed è sfogliando le “Bozner Nachrichten” del 17 settembre 1895 che ho appreso di un processo per tentato infanticidio celebrato a Bolzano in quei giorni: sul banco degli imputati la 19enne Maria Daberto, figlia illegittima (a sua volta!) di Katherina Daberto, nata ad Innsbruck ma vivente a Livinallongo, serva agricola.

Come in passato sua madre, anche Maria s’era trovata un giorno incinta e sola, aveva partorito una bambina cui aveva dato nome Marie. Per liberarsene, l’aveva affidata ad una contadina di Götzens (presso Innsbruck) perché l’allevasse. Quest’ultima, visto che la giovane donna non le versava puntualmente le mensilità dovute, gliela restituisce. Con la bimba di pochi mesi in braccio, la 19enne s’incammina verso Bressanone, poi a Millan, decisa ad affidarla a sua madre.

Sola e disperata lungo strade polverose, con in braccio un fagottino che possiamo immaginare irrequieto e piangente, tenta allora di soffocare la piccola, non ci riesce, l’abbandona infine accanto ad un ruscello e fugge. La piccola, seminuda, viene raccolta il giorno successivo ancora in vita da una contadina di passaggio. La “madre snaturata” viene identificata e condannata per tentato infanticidio a sei anni (il giornale non precisa dove sia finita la piccola).

Altro caso quello della 25enne Anna Pircher, che aveva partorito lungo la strada del Colle, nei pressi di Campegno, sopprimendo poi il piccolo (quattro anni di reclusione). Altro caso ancora davanti alla stessa corte quello celebrato nei confronti della vedova 36enne Katharina Fischer, ultimamente serva a Terlano, madre di altri due bambini (!), che aveva partorito segretamente nel maso del suo datore di lavoro e s’era liberata del neonato lasciandolo cadere nel liquame della fossa biologica. Insomma: la strage, frutto di ignoranza e superstizione, è incessante.

Ma io preferisco concludere con un sorriso, seppure all’insegna del macabro. È di quei giorni (14/9/1895) la notizia di uno scambio di salme a Merano, dove passano a miglior vita un generale russo di Riga (che allora era nell’impero zarista) e una pensionata di Berlino. Le due salme vengono spedite alle rispettive sedi, ma quando a Berlino i parenti della defunta fanno aprire la bara per vedere un’ultima volta la loro congiunta, si trovano davanti a un vecchio generale in un’uniforme straniera. Intanto a Riga era stata inumata con gli onori militari la vecchia pensionata. Le due bare erano state scambiate.