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Bolzano. Abbiamo ancora negli occhi le immagini (e gli effetti speciali soprattutto) del Gladiatore II di Ridley Scott (seconda “puntata” del film che, più di 20 anni fa, ebbe un successo tale da essere considerato un cult), fino a qualche giorno fa nelle sale cinematografiche. Eppure, a prescindere dalle licenze poetiche del celebre regista britannico certo è che dei gladiatori abbiamo un’immagine alquanto stereotipata.
Ne è convinto Giuseppe Concilio, autore di un saggio che può aiutarci a disegnarne un po’ meglio i contorni di questi personaggi affascinanti e misteriosi. Ma “Sangue e arena”, edito da Sperling & Kupfer (224 pag. 18.90 euro), è anche una piacevole passeggiata all’interno della società romana.
Anche perché Concilio, dottore di ricerca in Antichità classiche e creatore del sito ‘Storie Romane’ (con tanto di pagina Facebook e Instagram), quel mondo lo conosce bene e offre non pochi motivi di interesse perché si sofferma non solo sulle lotte tra i gladiatori, ma anche sulle naumachie, sugli scontri tra uomini e animali e sulle corse dei carri. Queste ultime, tra l’altro, facevano impazzire i Romani più di ogni altra cosa.
«Pensi che lo sportivo più famoso dell’antichità è un certo Appuleio Diocle – spiega Concilio -; ed era un auriga. Vinse oltre 1.400 gare su 4mila e guadagnò intorno ai 35 milioni di sesterzi. Ma certo è che noi ricordiamo soprattutto i gladiatori».
Prima di cominciare: cosa pensa del Gladiatore II?
Credo vi siano troppi riferimenti al mondo contemporaneo, e in particolare agli Stati Uniti. Penso, per esempio, alla scena delle baracche, che ricorda certe periferie americane. E certamente il film è pieno di numerose licenze poetiche. I gladiatori erano un po’ diversi da come li immaginiamo e li vediamo in questo film.
Com’erano allora?
Non erano gli eroi che pensiamo, anche perché parliamo anzitutto di schiavi. Ed erano considerati dei reietti anche dopo aver ottenuto la libertà, ovviamente quando ci riuscivano. Molte donne però li ammiravano e ne adoravano il sangue e il sudore. Tanto che, dopo la loro morte, erano solite raccoglierli in alcune e ampolle per venderli. Inoltre, i gladiatori combattevano meno di quanto si creda: generalmente affrontavano due o tre combattimenti l’anno e una ventina nel corso della loro vita. Anche perché avevano un costo elevato, quindi bisognava proteggerli.
Perché allora hanno tanto fascino?
Il loro fascino è stato creato nell’800 costruendo il mito di Spartaco, lo schiavo e gladiatore che, dopo aver guidato la rivolta antiromana del I secolo a.C., venne poi crocifisso assieme a molti suoi seguaci. Fu prima trasformato in un eroe protocristiano e, successivamente, in una sorta di eroe del proletariato di stampo marxista.
Quanto viveva più o meno un gladiatore?
In genere una trentina d’anni. Ma molti riuscivano a vivere molto di più. Se riuscivano a sopravvivere, diventavano arbitri, lanisti, cioè proprietari di vere e proprie scuole per gladiatori, o maestri d’armi.
E venivano pagati?
Certamente. E qualcuno con quei soldi poteva anche ripagare i suoi debiti e comprarsi la libertà. Questa era simboleggiata dal rudis, una verga di legno che si usava durante gli allenamenti.
Quella che vediamo in mano a Proximo, il celebre personaggio del Gladiatore, per intenderci…
Esattamente.
Come combattevano i gladiatori?
Possiamo immaginarli come moderni boxer, ovvero l’uno contro l’altro, in una specie di cerchio di sabbia paragonabile al ring. Ciascuno di essi aveva un equipaggiamento specifico. Ovviamente le coppie all’interno dell’arena erano tante, ma non parliamo di squadre, quelle le troviamo in altri spettacoli, per esempio le corse dei carri. Un combattimento particolare era quello che opponeva il reziario, senza protezione e armato di rete e un tridente, e il secutor, pesantemente armato, che doveva inseguirlo e catturarlo senza cadere nella sua rete. In genere il combattimento terminava se uno dei due gladiatori moriva, oppure se perdeva lo scudo o era troppo stanco per proseguire. A quel punto cominciava la trafila del pollice verso.
Anch’essa diversa da come la immaginiamo...
Sì. In base alle fonti, la grazia era simboleggiata dal pollice chiuso in un pugno. Il pollice alto indicava un’azione con la spada, quindi la morte.
Chi è il gladiatore più famoso?
Certamente Spartaco, anche se lo sportivo più famoso dell’antichità è un auriga.
Quanto guadagnava un gladiatore?
Poteva arrivare a 10mila sesterzi l’anno. E in base alla legge romana, era proprietario dei suoi soldi. Il padrone non poteva infatti appropriarsene.
E ci si rivolgeva all’imperatore con la frase “Ave Caesar, morituri te salutant”?
La si ritiene una “formula” comune durante l’impero, ma non è così. Fu pronunciata una sola volta al cospetto dell’imperatore Claudio, durante una naumachia. E al posto di Cesare si utilizzava comunque la parola imperator.
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