Bolzano. Nella primavera del ‘45, subito dopo la Liberazione, il lago di Como restituiva quasi ogni giorno il corpo di qualcuno. O dalle sue acque oppure ritrovato nei paesi che vi si affacciavano, accanto ad un muro o in una corte discosta. Era la vendetta dei partigiani: collaborazionisti, fascisti della prima (pochi) o dell’ultima ora, gente che non aveva fatto in tempo a togliersi la camicia nera. Qualche nemico personale. Tutti finiti a raffiche di mitra. «Si ha presente il “triangolo rosso” in Emilia? Ecco, Como ha avuto il suo» dice Alessandro Fulloni. In questi luoghi e in quei mesi dopo la fucilazione di Mussolini, lì nei pressi, a Giuliano di Mezzegra, era di casa Eraldo Monzeglio. Piemontese di Monferrato, fascista, ma a modo suo. Era soprattutto il terzino della Nazionale due volte campione del Mondo, nel ‘34 e nel ‘38. Uno degli eroi di Pozzo. Aveva giocato nel Casale, il leggendario, nel Bologna, nella Roma. A Riccione, durante una vacanza conobbe i figli del duce. Del duce, poi, divenne, d’estate, maestro di tennis. Era uno dei volti del regime. La propaganda lo volle anche in divisa e lui partì nel ‘42 per il fronte russo. L’8 settembre lo vede fare una scelta: stare col Mussolini della Rsi, l’ultimo respiro di Salò.

Ed è qui, in questi mesi di guerra civile, coi tedeschi in casa e la Decima in giro a rastrellare che Monzeglio compie una serie di altre scelte, non proprio in coerenza con la prima. Salva un partigiano, Giuseppe Perucchetti, ex portiere dell’Inter e della Juventus, condannato a morte perché trasportava armi in segreto, fa fuggire in Svizzera ebrei destinati ad Auschwitz, parla con i comandanti repubblichini quando le cose si mettono male, propone scambi, scrive a Mussolini chiedendo la grazia per questo o quel condannato, accompagna anche la figlia del duce, Edda Ciano, in prigione a Verona dove il marito Galeazzo, genero di Mussolini era in attesa della fucilazione per il “tradimento” del 25 luglio. Alessandro Fulloni, scrittore e firma del Corriere, ha inseguito il terzino Monzeglio lungo tutta la sua vita. Soprattutto in quella delle scelte che segnano un destino: Pozzo, il duce, Edda, la guerra partigiana nel Comasco, l’intercedere col duce per salvare conoscenti e no, magari anche per accreditarsi in vista del dopoguerra, chissà. Certo rischiando anch’egli la vita. Fulloni ha scritto un libro su tutto questo, ora in uscita. Si intitola “Il terzino e il Duce. Il romanzo di una vita dai mondiali del ‘34 ai misteri di Salò” (Solferino editore).
 

Com’era la Como di Monzeglio in quei mesi?

“Una città dove c’era il terrore, dove i fascisti uccisi dalla giustizia popolare furono, nei primi mesi che seguirono il 25 aprile, almeno 250. Poi c’erano anche le sentenze dei tribunali, vennero fucilati fascisti che avevano ammazzato, torturato, stuprato. E non vanno dimenticate le uccisioni misteriose tra i partigiani stessi,  tra le venti e le trenta, legate ai misteri dell’oro di Dongo e all’esecuzione del Duce».

E il nostro terzino?

“Lui non solo si salva, nonostante la conclamata e conosciuta amicizia col duce, ma diventa addirittura l’allenatore del Como. E sono i membri del Cln, che allora gestivano ogni questione in città, che glielo propongono”.

Sorprendente no?

“Non proprio. E la ragione è che, evidentemente, questo ingaggio pare una sorta di premio rispetto a quello che Monzeglio aveva fatto negli ultimi anni”.

Cosa dunque ha a che fare la chiamata del Cln nei confronti di un fascista, pur campione del mondo?

“Con l’aver salvato la vita a partigiani ed ebrei. I primi li fa togliere dal plotone di esecuzione, i secondi li aiuta a scavallare il confine verso la Svizzera”.

Come mai era in grado di fare tutto questo?

“L’amicizia col duce. Monzeglio, forte della vecchia amicizia coi figli Vittorio e Bruno, vive praticamente con Mussolini nella sua residenza, a villa Feltrinelli, a Salò. Lo segue a Milano e quando progetta la fuga verso Como”.

E con Mussolini intercede?

“Si dice che ogni tanto Monzeglio consegnasse al duce un bigliettino con, scritti a mano, i nomi di chi sarebbe stato bene salvare dalla fucilazione. Oppositori, partigiani. Gente catturata dalla brigate nere o dai tedeschi”.
 

Perché lo fa?

“Era un fascista, ma un uomo, per bene. Il secondo aspetto emerse con chiarezza nei mesi della Rsi. Vedeva il poco senso di quanto stava accadendo e ha provato a salvare quante più vite poteva. Ci sono testimonianze precise di chi, per sua intercessione, fu salvato all’ultimo istante. Ebbe come suo allenatore il grande Arpad Wiesz, ebreo ungherese, ucciso poi ad Auschwitz”.


Dice che anche questo possa c’entrare con la sua decisione di salvare anche ebrei in fuga?

“Probabilmente sì”.

È possibile che il suo intervenire in favore di partigiani e oppositori sia da porre in relazione ad una sua ricollocazione in un dopoguerra sempre più vicino?

“Non lo sappiamo. Certo, i suoi contatti con esponenti della Resistenza furono fitti e continui, altrimenti non si spiegherebbe la sua conoscenza del contesto anche in funzione dei suoi interventi per gli arrestati”.
 

Nel dopoguerra molti giornalisti si misero sulle tracce di Monzeglio ritenendolo a conoscenza del luogo dove venne nascosto il cosiddetto “oro di Dongo”. Lui sapeva?

“Impossibile dirlo, ma è probabile, molto. Di sicuro la localizzazione dei depositi bancari la conosceva Vittorio Mussolini, di cui Monzeglio era una specie di fratello maggiore. Assai improbabile che non gliene avesse riferito.  Ma il terzino non ne parlò mai. Né prima né quando tornò ad allenare il Como e dunque uscì allo scoperto nella nuova Italia. Altra questione quella dell’oro. Che, probabilmente è da raccontare in un modo diverso”.

Come mai?

“Non c’era solo l’oro trovato addosso ai gerarchi del corto in fuga fermato a Dongo. La famiglia Mussolini spedì alcuni suoi averi all’estero già nel corso della guerra. Componenti della segreteria del Duce furono visti fare avanti e indietro da Bellinzona, dove portavano casse e bauli in un istituto religioso».

La sua vicinanza al duce, contribuì ad attribuire ancora a Monzeglio, la conoscenza del carteggio Churchill-Mussolini e le ragioni per le quali i due furono ad un passo da trovare possibili intese.

“Monzeglio sapeva. Tenne tutto per sé. Come tante altre questioni. Fu un uomo che si assunse la responsabilità delle sue scelte ma, nello stesso tempo, non rinunciò mai ad attenuare il peso delle vendette e delle uccisioni. Qualunque fossero state le ragioni, il fatto certo è che questi salvataggi e queste intercessioni avvennero. E furono numerose”.

Nessun “mistero di Salò” in questo caso?

“Nessuno. Tutto vero”.