Il Vietnam che avevamo rimosso
Prorogata fino al 31 agosto al MITAG di Rovereto la mostra sui diecimila italiani che hanno combattuto in Indocina dal 1946 al 1954 nella Legione straniera francese. Una storia dimenticata per decenni. L’esposizione ha destato anche grande interesse tra gli storici francesi e vietnamiti
Bolzano. «Noi? Ci chiamiamo Museo storico della Grande guerra». Bene: ma sa cosa è servita e sta servendo questa mostra sul “Vietnam dimenticato?”. Prego, presidente. «A non fermarci al conflitto tra italiani e austriaci, ad alzare lo sguardo sui tanti orrori provocati dalle guerre ovunque nel mondo. E a dire: facciamo di tutto perché scompaiano dagli orizzonti del nostro futuro di umanità”. Oswald Mederle è il primo presidente sudtirolese del “M/ITA/G”, il museo di Rovereto che sta dentro la ricerca su quanto accadde qui, tra trincee e offensive nel ‘15-‘18 ma, ripartendovi, è diventato lo snodo di sguardi più ampi. Che toccano anche i nodi esistenziali della guerra e di chi ne subì gli effetti, al fronte e lontano dalla battaglia. Perché questa ultima mostra (“Il Vietnam dimenticato, legionari italiani in Indocina 1946-1954” prorogata fino al 31 agosto e che si regge sui libri e sulle ricerche di Luca Fregona) è il possibile specchio di una radicale riqualificazione della storiografia e delle stesse tecniche espositive applicate ai conflitti all’interno di una struttura museale specializzata? Lo spiega Francesco Frizzera, che è il direttore dell’istituzione roveretana: «Perché ci ha riservato tre sorprese. La prima è che eravamo partiti dalle immagini d’epoca, accorgendoci a poco a poco che spiegavano poco del dramma vietnamita dei legionari senza il supporto delle lettere e delle testimonianze. Poi che, anche in Francia, sede della Legione e del portale Histoire Colonial, non si sapeva nulla delle migliaia di legionari italiani morti o feriti laggiù. Infine che ci si apriva un mondo…». La mostra è stata anche molto apprezzata da studiosi vietnamiti che ne hanno lodato l’obiettività.
Una storia riscoperta
E il mondo è stato vedere, giorno dopo giorno, la lunga teoria di telefonate, contatti, mail, lettere che giungevano dalle decine e decine di famiglie che avevano avuto tra i propri cari vittime o reduci di quella drammatica esperienza vietnamita. E scorgere, dentro le loro parole, la schiettezza di una luce che finalmente appariva, pur fioca. E la luce era questa: «Trovare la dignità di una vita. Di tante vite» spiega Frizzera.
Vuol significare questo, in sostanza. Per lunghi decenni la morte, le ferite, il ritorno - il “Nostos” per dirlo alla greca - di quegli esseri umani erano stati sommersi dalla dimenticanza. I francesi volevano scordare la tragedia della loro drammatica decolonizzazione nel sud est asiatico; i protagonisti, a loro volta, allontanarsi da un periodo delle loro vite segnato dal trauma di guerra orribile. Certo c’era l’epopea legionaria. Ma non si era dipanata tra le oasi del deserto immortalata dai film patinati di Hollywood ma dentro un conflitto dente per dente, che anticipava, pur nell’assenza di tv di documentazioni dirette come poi sarebbe accaduto, gli orrori del Vietnam a stelle e strisce. Dopo Dien Bien Phu, l’ultima ridotta della Legione stretta dai guerriglieri viet, addio alla (pen)ultima colonia ma anche ad una possibile epopea esotica. Tutti, in fondo volevano dimenticare. Anche i reduci. Ed è dentro questo buio della memoria e della storia che pochi se non nessuno avrebbe saputo degli italiani. Neanche i francesi. Che ci facevano, perché si erano arruolati, fuga dalla vita, desiderio di avventura, ambizione?
I diecimila dimenticati
I nostri connazionali col kepì sono stati invece tra i 7 e i 10mila. Una armata. Di questi, almeno un migliaio morirono laggiù, nella giungla vietnamita. Chi ammazzato, chi per le ferite o le malattie tropicali o in prigionia nei campi viet. È stato Luca Fregona, caporedattore del giornale Alto Adige, ad inerpicarsi in questa fragile memoria dei sopravvissuti. Prima intercettando qualche reduce bolzanino e trentino. Chiamandolo, parlandogli, intervistandolo, chiedendogli se aveva voglia che la sua storia restasse. Poi allargando lo sguardo. È accaduto, allora, quello che racconta oggi il direttore del Museo della guerra: di contatto in contatto, di telefonata in telefonata ecco apparire la legione dei dimenticati. Fuoriuscire dall’ombra e scoprire la possibilità di riprendersi una dignità perduta.
«In quegli anni - spiega Fregona - si finiva nella Legione straniera per vari motivi. Si arruolavano i fascisti, gli sconfitti della seconda guerra mondiale, ma anche ex partigiani delusi dalla nuova Repubblica, spesso perseguitati da strutture dello Stato che non erano stato de-fascistizzate e che imputavano loro come reati episodi della lotta di Liberazione. Ma in stragrande maggioranza, a firmare l’ingaggio, più o meno costretti dalle circostanze e dalla autorità di polizia francesi, erano migranti economici entrati clandestini o minatori che scappavano dalle miniere di carbone per le pessime condizioni di lavoro e di vita. La molla era la miseria». In Vietnam finirono a combattere contro un nemico che era dappertutto e da nessuna parte. Un fronte fluido, dove i legionari erano utilizzati come carne da cannone insieme alle truppe coloniali (la Francia non mandava in Indocina i soldati di leva per l’impopolarità in patria della “sporca guerra”).
I legionari italiani si trovarono in un inferno lontano diecimila chilometri da casa. Un’umanità estremamente complessa. Molti disertarono. Attraverso i libri di Fregona (“Laggiù dove si muore” , “Soldati di sventura”, Athesia editore) si svelava a poco a poco il dramma delle decolonizzazione, tra battaglie sanguinose e vendette postume, ma, nel mentre, fuoriuscivano esistenze degne di essere raccontate. Ora, questa mostra roveretana, sembra aver tratto proprio dal contenuto di queste ricerche, una serie di inedite indicazioni anche sul fronte espositivo: «Le immagini che avevano a disposizione - ricorda Frizzera - erano e sono molto belle. Ma ritraggono momenti di vita in cui pareva che scomparisse la reale esperienza bellica dei protagonisti. Certo, non si poteva fotografare nel mezzo dello scontro ma quello che emergeva erano momenti di cameratismo, testimonianze parziali e non immersive». Le esperienze più crude e dunque autentiche rischiavano di starsene fuori. Sono state le lettere, i racconti dei sopravvissuti, quelli raccolti da Fregona, a dare una svolta al racconto museale. «Come pure le parole rimosse e tenute a lungo nei cassetti dei famigliari hanno costituito la vera sorpresa nel corso della riassegna. Quasi che questa si autoalimentasse di suo attraverso la vita della gente che si sentiva coinvolta da questa storia».
Questa, tra le altre, è la ragione della decisione di prorogare la mostra - che è già stata richiesta da altre strutture museali - fino al termine dell’estate. «Si vuole attrarre visitatori approfittando delle vacanze, perché possano approfittare di questa nostra rassegna per immaginare un modo nuovo di vivere un museo che racconta la guerra».
©RIPRODUZIONE RISERVATA.