“I proiettili schioccano, sbattono sulla terra, sul cemento. Nei corpi. La prima raffica stacca il collo a un ragazzo. I proiettili gli hanno portato via la testa… Ha una camicia verde e nera. Non so il nome né la fabbrica (…) Noi vivi ci abbracciamo. Ci stringiamo gli uni agli altri, per proteggerci”(…) Il racconto di Bruno Bovo ricorda quel 3 maggio 1945 davanti al muro della Lancia, zona industriale di Bolzano, sul quale ora appare una targa in memoria della strage. “La seconda raffica falcia il gruppo. Crolliamo tutti a terra sopra i cadaveri degli abbattuti al primo colpo. La prima pallottola mi trancia la falange del pollice destro… la seconda…la terza e la quarta mi trapassano il braccio sinistro… la quinta… un corpo mi cade addosso. È un uomo robusto, credo uno della Magnesio. È morto. Il corpo mi soffoca… non riesco a respirare…”. Bruno Bovo racconta di quel giorno a Luca Fregona, che ne ha fatto un libro: “Italiani kaputt”, 160 pagine edite da Athesia e presentate da poco al Circolo Cittadino. Sono i giorni del crollo del III Reich, si avvicinano gli americani, le truppe germaniche si ritirano ormai in disordine, esauste, avvilite, incattivite. A Bolzano escono all’aperto i resistenti che mettono mano alle poche armi di cui dispongono, accorrono nelle fabbriche gli operai per difendere i loro posti di lavoro, nel timore che se ne faccia saccheggio o macerie. Si spara. All’ospedale, trasferito in via Fago, vengono trasportati morti e feriti (tra cui Bruno Bovo, che sopravvivrà dopo che un quinto proiettile l’aveva passato da parte a parte).
Irfo Borin era partigiano (aiutante maggiore di battaglione) ma a casa nessuno lo sapeva, entra alla Lancia e sembra sia stato sorpreso con una rivoltella. Un sergente tedesco gli impone di cedere l’arma, fa il gesto di sparargli alla testa, un superiore gli grida di lasciar perdere, il sergente spara lo stesso, alla scena assiste Carolina – forse la sua ragazza – che mentre Irfo cade a terra esce di senno, e non si riprenderà più.
Sua nipote Marzia Bonfanti mi racconta questa storia e mi allunga alcune foto. Nomi su nomi, episodi su episodi, le testimonianze di chi c’era, di chi racconta ciò che ha saputo, di testimoni diretti e indiretti.
Vittorio Luise che ebbe la vita salva perché il suo grosso orologio a cipolla deviò il piombo; Toni Peretto morì tra le braccia di Ottorino Bovo, che sopravvivrà e racconterà la sua vicenda all’autore; Andrea Cavattoni (nome di battaglia Dighe) che era lì in quanto usciere della Lancia, vide, aiutò, raccontò, fu premiato di persona dal presidente della Repubblica Pertini; Duilio Gobbato, colpito da tre pallottole, sopravvisse ed emigrò in Canada. Dieci i morti davanti al muro della Lancia, tre nello stabilimento, altri ventitré morti alla “zona industriale” e altrove in città, per non dire dei feriti, più numerosi, e neanche degli stessi tedeschi.
Numerosi i nomi di donne che ebbero una loro parte dolorosa nelle vicende di quel giorno come madri, mogli, fidanzate.
E non manca un excursus tra gli stessi tedeschi, vittime a loro volta. Uno snodarsi, un intrecciarsi, un avvilupparsi di vicende che tinsero di rosso ottant’anni fa una Bolzano in buona parte ridotta a macerie.
Tutto in “Italiani kaputt”.
Irfo Borin era partigiano (aiutante maggiore di battaglione) ma a casa nessuno lo sapeva, entra alla Lancia e sembra sia stato sorpreso con una rivoltella. Un sergente tedesco gli impone di cedere l’arma, fa il gesto di sparargli alla testa, un superiore gli grida di lasciar perdere, il sergente spara lo stesso, alla scena assiste Carolina – forse la sua ragazza – che mentre Irfo cade a terra esce di senno, e non si riprenderà più.
Sua nipote Marzia Bonfanti mi racconta questa storia e mi allunga alcune foto. Nomi su nomi, episodi su episodi, le testimonianze di chi c’era, di chi racconta ciò che ha saputo, di testimoni diretti e indiretti.
Vittorio Luise che ebbe la vita salva perché il suo grosso orologio a cipolla deviò il piombo; Toni Peretto morì tra le braccia di Ottorino Bovo, che sopravvivrà e racconterà la sua vicenda all’autore; Andrea Cavattoni (nome di battaglia Dighe) che era lì in quanto usciere della Lancia, vide, aiutò, raccontò, fu premiato di persona dal presidente della Repubblica Pertini; Duilio Gobbato, colpito da tre pallottole, sopravvisse ed emigrò in Canada. Dieci i morti davanti al muro della Lancia, tre nello stabilimento, altri ventitré morti alla “zona industriale” e altrove in città, per non dire dei feriti, più numerosi, e neanche degli stessi tedeschi.
Numerosi i nomi di donne che ebbero una loro parte dolorosa nelle vicende di quel giorno come madri, mogli, fidanzate.
E non manca un excursus tra gli stessi tedeschi, vittime a loro volta. Uno snodarsi, un intrecciarsi, un avvilupparsi di vicende che tinsero di rosso ottant’anni fa una Bolzano in buona parte ridotta a macerie.
Tutto in “Italiani kaputt”.

