PHOTO
Immaginiamo di essere in un’università americana, negli anni Settanta. E di avere un gentile professore che ci propone di partecipare ad una esperienza, una specie di gioco. Nel quale dovremmo travestirci da guardia, con tanto di divisa e manganello. E di ricevere per questo una modesta retribuzione, per pagarci qualche sfizio: niente di impegnativo o di pericoloso, si tratta di un gioco, ci dice. Ci fidiamo, e ci ritroviamo nel giro di qualche ora a somministrare energiche punizioni ad un prigioniero sconosciuto, come noi uno studente, e che subisce sempre più passivamente. E poi a gestire in modo sempre più disinvolto, allegramente disincantato, il piacere di infliggere punizioni, giustificati dall’esperimento, dall’autorevolezza della sua guida scientifica. Privazioni e violenza, con piacere. L’università è Stanford, l’anno è il 1971, e l’esperienza fu condotta dal prof. Philip Zimbardo, psicologo della Yale University che andò ad indagare i meccanismi dell’ asservimento volontario – non coatto, non obbligatorio – e di come posso produrre in modo progressivo comportamenti che possono giungere fino al sadismo, pur in assenza di personalità disturbate. Questo è propriamente il tema della nuova edizione del Cafè Philosophique presso il Centro Trevi di Bolzano, dal titolo «Il doppio vincolo. Servitù volontaria: bellezza e splendore della sottomissione».
Giunta alla quinta edizione, quasi un anniversario, la manifestazione patrocinata dall’assessorato alla Scuola e Cultura italiana della provincia di Bolzano ancora una volta vedrà il Centro Trevi di via Cappuccini ospitare alcuni dei più brillanti autori di ricerca e riflessione contemporanea in Italia sul versante del pensiero critico. Quest’anno poi la nuova sede della Biblioteca Provinciale diretta da Valeria Trevisan, presso la stessa sede, offre l’occasione per spunti di lettura di approfondimento, con una ampia messa a disposizione di testi. Molte sono le forme dell’obbedienza indotta, il più delle volte sono occasioni di organizzazione sociale, economica o politica che vengono impostate con uno scopo preciso: esercitare forme – anche differenziate – di potere. Ma è solo da relativamente poco tempo che le culture e le società, prima quelle europee e americana, poi l’intero mondo civilizzato, sono state oggetto di forme così pervasive di obbligo comportamentale indotto, da risentirne gli effetti su scala globale.
“Sii spontaneo. Sii felice di obbedire. Ascolta queste parole e non pensare ad altro”. Nella distopia descritta in “1984” da George Orwell non ci si discostava di molto da questi slogan, che oggi rimbalzano talvolta nella sfera televisiva – il guru di turno, o l’imbonitore, o il sedicente esperto – o nel dibattito politico; o ancora, fanno parte dei meccanismi “ironici” del linguaggio pubblicitario, ammiccante e apparentemente leggero: in effetti, perlopiù condizionante con i suoi refrain ripetitivi, a cadenza meccanica. Ma ecco che poi si ritrovano le stesse formule, gli stessi meccanismi persuasivi e condizionanti, quando ci si accosta allo studio delle dinamiche che hanno prodotto i giovani terroristi digitali, quelli che si sono accostati alle farneticazioni omicide via rete digitale, oppure tramite superficiali formazioni on - o off - line, e si sono uccisi, ed hanno ucciso innocenti, in virtù dell’altro potere persuasivo delle parole. La psicologia, ma anche le diverse scienze sociali, hanno indagato a fondo su questa forma specifica di costruzione di relazione fra le persone, in cui una delle parti svolge il ruolo di vittima, dentro uno schema di potere che pretende subordinazione: la specificità è data dal fatto che vittima introietta e accetta con “felicità” la propria condizione. Il linguaggio è il grande veicolo di questa seduzione, che può sfociare in forme patologiche di comportamento, che giungono fino all’autodistruzione, o alla distruzione. Il vincolo si istituisce in modo insinuante, e quando assume la forma del linguaggio politico il risultato è di potenza, splendida e dichiarativa: “Sei glorioso nel tuo andare al martirio”. Oppure, ed anche: “Sei nel giusto, e davvero libero, se mi presti totale obbedienza”. Corpi santi che nella gioia esplodono ed uccidono, esaltazione della libertà nella celebrazione dell’abiezione e della sottomissione, virtuale o reale. Si inizia pertanto domani, giovedì 26 ottobre con il professor Enrico Donaggio dell’Università di Torino, con un intervento dal titolo “Una felice facilità di servire”, il cui itinerario prenderà il via da Étienne de la Boétie, con “Il discorso della servitù volontaria”, e giungerà fino alle forme contemporanee, indagate dall’Autore in “Direi di no. Desideri di migliori libertà”, Feltrinelli, 2016. Toccherà quindi martedì 14 novembre a Leonida Tedoldi dell’ Università di Verona affrontare invece un lato storico-politico, “Stato, società e debito pubblico in Italia dagli anni Settanta al Duemila”: l’autore, il cui lavoro è stato estremamente apprezzato anche in ambito tecnico (vd. Sole24ore del 19 luglio), ha voluto leggere nel suo testo “Il conto degli errori” (Laterza, 2017) la realtà storico del debito pubblico in Italia, che nel corso del tempo si è trasformato da strumento di “felicità pubblica”, da risorsa, a problema politico, con l’avvento delle linee ideologiche e operative miranti alla “legittimazione della sofferenza” economica. Inseguire la riduzione del debito – con le conseguenti restrizioni in campo sociale, di risorse, di tutele - parrebbe funzionare, negli ultimi anni, come ricetta di infelice felicità: da qui Tedoldi legge uno dei motivi dell’attuale crisi dello Stato. Martedì 12 dicembre con Ilaria Possenti, dell’ Università di Verona, ci riaccostiamo a fare dialogare filosofia politica e analisi sociale: “Sii flessibile. Percorsi contemporanei della servitù volontaria”. Qui si indagheranno i contesti sociali, formativi e lavorativi che oggi identificano la libertà con la “flessibilità”, ossia con la capacità di “adattarsi” ai ritmi del cambiamento e ai livelli di mobilità, competizione, precarietà caratteristici della cosiddetta “modernità liquida”: forme nuove di subordinazione “volontaria”, richiesta dalle differenti espressioni del potere contemporaneo (politico, economico, sociale). Tanto Ilaria Possenti quanto Leonida Tedoldi sono legati al Centro Studi Politici “Hannah Arendt” – guidato da Adriana Cavarero – dell’Ateneo di Verona, con cui da questa edizione il Cafè inizia un periodo di importante collaborazione. Nel nuovo anno, ancora martedì 16 gennaio 2018 è il turno di Gadi Luzzatto Voghera, Boston University- sede di Padova- e direttore del CDEC di Milano, storico, che interviene su “Obbedienza e ribellione: forme della resistenza ebraica nel secondo conflitto mondiale”. Luzzatto Voghera è uno dei massimi esperti della storia dell’ebraismo italiano ed europeo nell’età contemporanea, e partirà dall’esperienza della Resistenza, in relazione al tema della Shoah in Europa, per indagare il rovescio della medaglia, il “dire di no” all’obbedienza incondizionata. Sarà l’occasione per verificare come è cambiata nella storiografia anche la considerazione del ruolo degli ebrei nella resistenza e del rapporto delle resistenze europee con gli ebrei, e più in generale con la persecuzione antiebraica. La carrellata di incontri si concluderà martedì 27 febbraio 2018 con Guido Mazzoni dell’Università di Siena, sul tema “Emancipazione e minorità nella forma di vita occidentale”. Il docente insegna letteratura comparata, ed è una delle figure più interessanti della scena intellettuale italiana recente: ha esordito molto giovane come saggista e poeta, ed ora è un attento lettore, con una sensibilità articolata, della crisi del presente. Con lui ci si interrogherà sul venir meno, dopo il 1989, della progettualità politica; e sul consenso profondo della Western way of life, il frutto rovesciato della crisi. L’autore ha pubblicato nel 2015 per Laterza I destini generali, e nel suo intervento saranno indagate la sterilità attuale della progettualità politica, in relazione alle forme culturali e produttive della contemporaneità, sulle tracce del pensiero e degli spunti critico-analitici di P.P. Pasolini e di J.Baudrillard. Il programma del Cafè Philosophique prevede inoltre, al di fuori del contesto tematico scelto per l’edizione di quest’anno, nel mese di novembre, in data ancora da definirsi, una serata di dialogo fra architettura e filosofia, un riavvio del confronto nato lo scorso anno con l’arch.Claudio Lucchin per l’Ordine degli Architetti, e che ha ricevuto ampissimi consensi, dagli addetti ai lavori, e non solo. Si è sempre dentro un Cafè, e qui, qualunque sia il tempo o la condizione, tutti sono sempre benvenuti.
Giunta alla quinta edizione, quasi un anniversario, la manifestazione patrocinata dall’assessorato alla Scuola e Cultura italiana della provincia di Bolzano ancora una volta vedrà il Centro Trevi di via Cappuccini ospitare alcuni dei più brillanti autori di ricerca e riflessione contemporanea in Italia sul versante del pensiero critico. Quest’anno poi la nuova sede della Biblioteca Provinciale diretta da Valeria Trevisan, presso la stessa sede, offre l’occasione per spunti di lettura di approfondimento, con una ampia messa a disposizione di testi. Molte sono le forme dell’obbedienza indotta, il più delle volte sono occasioni di organizzazione sociale, economica o politica che vengono impostate con uno scopo preciso: esercitare forme – anche differenziate – di potere. Ma è solo da relativamente poco tempo che le culture e le società, prima quelle europee e americana, poi l’intero mondo civilizzato, sono state oggetto di forme così pervasive di obbligo comportamentale indotto, da risentirne gli effetti su scala globale.
“Sii spontaneo. Sii felice di obbedire. Ascolta queste parole e non pensare ad altro”. Nella distopia descritta in “1984” da George Orwell non ci si discostava di molto da questi slogan, che oggi rimbalzano talvolta nella sfera televisiva – il guru di turno, o l’imbonitore, o il sedicente esperto – o nel dibattito politico; o ancora, fanno parte dei meccanismi “ironici” del linguaggio pubblicitario, ammiccante e apparentemente leggero: in effetti, perlopiù condizionante con i suoi refrain ripetitivi, a cadenza meccanica. Ma ecco che poi si ritrovano le stesse formule, gli stessi meccanismi persuasivi e condizionanti, quando ci si accosta allo studio delle dinamiche che hanno prodotto i giovani terroristi digitali, quelli che si sono accostati alle farneticazioni omicide via rete digitale, oppure tramite superficiali formazioni on - o off - line, e si sono uccisi, ed hanno ucciso innocenti, in virtù dell’altro potere persuasivo delle parole. La psicologia, ma anche le diverse scienze sociali, hanno indagato a fondo su questa forma specifica di costruzione di relazione fra le persone, in cui una delle parti svolge il ruolo di vittima, dentro uno schema di potere che pretende subordinazione: la specificità è data dal fatto che vittima introietta e accetta con “felicità” la propria condizione. Il linguaggio è il grande veicolo di questa seduzione, che può sfociare in forme patologiche di comportamento, che giungono fino all’autodistruzione, o alla distruzione. Il vincolo si istituisce in modo insinuante, e quando assume la forma del linguaggio politico il risultato è di potenza, splendida e dichiarativa: “Sei glorioso nel tuo andare al martirio”. Oppure, ed anche: “Sei nel giusto, e davvero libero, se mi presti totale obbedienza”. Corpi santi che nella gioia esplodono ed uccidono, esaltazione della libertà nella celebrazione dell’abiezione e della sottomissione, virtuale o reale. Si inizia pertanto domani, giovedì 26 ottobre con il professor Enrico Donaggio dell’Università di Torino, con un intervento dal titolo “Una felice facilità di servire”, il cui itinerario prenderà il via da Étienne de la Boétie, con “Il discorso della servitù volontaria”, e giungerà fino alle forme contemporanee, indagate dall’Autore in “Direi di no. Desideri di migliori libertà”, Feltrinelli, 2016. Toccherà quindi martedì 14 novembre a Leonida Tedoldi dell’ Università di Verona affrontare invece un lato storico-politico, “Stato, società e debito pubblico in Italia dagli anni Settanta al Duemila”: l’autore, il cui lavoro è stato estremamente apprezzato anche in ambito tecnico (vd. Sole24ore del 19 luglio), ha voluto leggere nel suo testo “Il conto degli errori” (Laterza, 2017) la realtà storico del debito pubblico in Italia, che nel corso del tempo si è trasformato da strumento di “felicità pubblica”, da risorsa, a problema politico, con l’avvento delle linee ideologiche e operative miranti alla “legittimazione della sofferenza” economica. Inseguire la riduzione del debito – con le conseguenti restrizioni in campo sociale, di risorse, di tutele - parrebbe funzionare, negli ultimi anni, come ricetta di infelice felicità: da qui Tedoldi legge uno dei motivi dell’attuale crisi dello Stato. Martedì 12 dicembre con Ilaria Possenti, dell’ Università di Verona, ci riaccostiamo a fare dialogare filosofia politica e analisi sociale: “Sii flessibile. Percorsi contemporanei della servitù volontaria”. Qui si indagheranno i contesti sociali, formativi e lavorativi che oggi identificano la libertà con la “flessibilità”, ossia con la capacità di “adattarsi” ai ritmi del cambiamento e ai livelli di mobilità, competizione, precarietà caratteristici della cosiddetta “modernità liquida”: forme nuove di subordinazione “volontaria”, richiesta dalle differenti espressioni del potere contemporaneo (politico, economico, sociale). Tanto Ilaria Possenti quanto Leonida Tedoldi sono legati al Centro Studi Politici “Hannah Arendt” – guidato da Adriana Cavarero – dell’Ateneo di Verona, con cui da questa edizione il Cafè inizia un periodo di importante collaborazione. Nel nuovo anno, ancora martedì 16 gennaio 2018 è il turno di Gadi Luzzatto Voghera, Boston University- sede di Padova- e direttore del CDEC di Milano, storico, che interviene su “Obbedienza e ribellione: forme della resistenza ebraica nel secondo conflitto mondiale”. Luzzatto Voghera è uno dei massimi esperti della storia dell’ebraismo italiano ed europeo nell’età contemporanea, e partirà dall’esperienza della Resistenza, in relazione al tema della Shoah in Europa, per indagare il rovescio della medaglia, il “dire di no” all’obbedienza incondizionata. Sarà l’occasione per verificare come è cambiata nella storiografia anche la considerazione del ruolo degli ebrei nella resistenza e del rapporto delle resistenze europee con gli ebrei, e più in generale con la persecuzione antiebraica. La carrellata di incontri si concluderà martedì 27 febbraio 2018 con Guido Mazzoni dell’Università di Siena, sul tema “Emancipazione e minorità nella forma di vita occidentale”. Il docente insegna letteratura comparata, ed è una delle figure più interessanti della scena intellettuale italiana recente: ha esordito molto giovane come saggista e poeta, ed ora è un attento lettore, con una sensibilità articolata, della crisi del presente. Con lui ci si interrogherà sul venir meno, dopo il 1989, della progettualità politica; e sul consenso profondo della Western way of life, il frutto rovesciato della crisi. L’autore ha pubblicato nel 2015 per Laterza I destini generali, e nel suo intervento saranno indagate la sterilità attuale della progettualità politica, in relazione alle forme culturali e produttive della contemporaneità, sulle tracce del pensiero e degli spunti critico-analitici di P.P. Pasolini e di J.Baudrillard. Il programma del Cafè Philosophique prevede inoltre, al di fuori del contesto tematico scelto per l’edizione di quest’anno, nel mese di novembre, in data ancora da definirsi, una serata di dialogo fra architettura e filosofia, un riavvio del confronto nato lo scorso anno con l’arch.Claudio Lucchin per l’Ordine degli Architetti, e che ha ricevuto ampissimi consensi, dagli addetti ai lavori, e non solo. Si è sempre dentro un Cafè, e qui, qualunque sia il tempo o la condizione, tutti sono sempre benvenuti.


