La vera storia di Curon Venosta, il paese sommerso 

Storia e memoria. Esce in italiano il libro firmato da Georg Lembergh e Brigitte Maria Pircher Una vicenda emblematica della storia sudtirolese, tra industrializzazione e nazionalizzazione Il racconto di un dramma, con il campanile che emerge dal lago e che oggi è divenuto un simbolo

di Paolo Campostrini

Bolzano. “C’erano dei crocefissi sulla strada. Noi, nelle processioni, ci si fermava lì davanti, e ci davano la benedizione. Poi, un giorno, sono tutti finiti sott’acqua”. Ludwig Wilhalm, classe ’34, ha ancora questa immagine della sua Curon nei giorni della sommersione. Dopo un po’, con un paio di abitanti del maso Giern, fu il parroco, don Hohenegger a salire in barca per andare a toglierli. E si li portò all’asciutto. Per un italiano ( ma anche per un tedesco, visto il successo allora internazionale di quei film), una scena che ricorda don Camillo, nella sua chiesa invasa dalla piena del Po, in piedi sulla scialuppa condotta da Peppone in preghiera davanti al Gesù parlante di Brescello. Ma per Curon e per Resia, non fu il destino. O la natura. Fu la Montecatini. Perchè? L’energia era l’oro limpido delle Alpi. Il petrolio trasparente che serviva per le grandi industrie del Nord. Ma anche per avviare il profondo processo di italianizzazione della provincia appena conquistata, il quale passava, strategicamente, pure dall’industrializzazione forzata. È anche con l’ energia di Curon, con l’ invaso che a poco a poco si è mangiato paesi e campi, che la Zona è diventata quello che era nel dopo guerra. Ed è nella prospettiva di un incremento della produzione energetica che migliaia di operai sono saliti a Bolzano, dagli anni Trenta in poi, a fornire braccia e menti alla nascente industria pesante bolzanina. Ma tutto questo gli abitanti di Resia e di Curon, sulle prime, non lo avevano capito. Difficile, poi : l’avviso, tra i tanti affissi nella bacheca comunale, era in italiano. La Seaa, Società Elettrica Alto Adige, aveva vinto la gara per la concessione dello sbarramento dei laghi di Curon e Resia. Inizialmente il progetto prevedeva un innalzamento delle acque, per creare l’ invaso idroelettrico, di soli cinque metri. Poi, nel ’39 la revisione: il livello sarebbe salito a 22. Curon adieu. E anche parte di Resia. Ma la questione sembrava lontana. “Chissà quando lo faranno” si diceva in paese. Non per la Seaa. Iniziarono gli espropri. Prima miseri. Una lira per metro quadrato di terreno. Poi sempre più alti. La guerra interruppe questo avanzamento lavori ma nel dopoguerra la Montecatini riprese il progetto. Il 9 luglio del 1950 la comunità di Curon celebrò l’ultima messa nella sua parrocchiale. Una settimana dopo le campane suonarono per l’ ultima volta e il 18 luglio furono rimosse. Ora di quei momenti di devozione resta un campanile. E Curon “è” ormai quel campanile che spunta dalle acque. Un fenomeno. Turistico e mediatico. Negli ultimi anni travolgente. Quasi un risarcimento postumo. E ora anche un successo cinematografico: “Il paese sommerso-Curon” è stato un film visto in tutto il mondo. Tanto che oggi, per quei processi di riesumazione anche delle idee e delle testimonianze che, scritte, hanno sempre un altro peso, questa vicenda tra storia e cinema è diventata un libro, anche tradotto in italiano : “Curon, il paese sommerso” ( Raetia editore, 250 pagine, 24,90 euro). Porta una doppia firma. Quella di Georg Lembergh, l’autore del lungometraggio e quella di Brigitte Maria Pircher docente e storica. Per i due, la vicenda di Curon non è solo legata a quella storia. Ai contadini cui venne ordinato di lasciare le case, all’ultima fienagione interrotta, alle mucche senza più prati, alle chiese o demolite o sommerse. Per Lembergh, in particolare, Curon è diventato anche una metafora dell’idea possibile di patria, un interrogativo sempre aperto di cosa significhi essere sudtirolesi, del senso dello stare qui ma soprattutto di quello legato all'essersene andati. Fosse per le opzioni, per ritrovare un lavoro perso durante il fascismo, per studiare all’estero. Ancora oggi per lavorare diversamente altrove, sotto altri cieli e con diverse prospettive. E anche per ragionare su questa piccola generazione degli “spazzati via dall’acqua”. In tedesco “Hinaus-gewaesserte”. Con una versione in dialetto venostano giudicata molto più genuina e ancora in uso lassù: “Aussigwassertn”. Riandare a quelle vicende dell’invaso, raccogliendo le testimonianze degli allora abitanti di cui il volume è pieno, risulta in sostanza per gli autori anche una sorta di percorso alle radici della propria identità. Un viaggio della coscienza. I cui iniziatori, negli anni Trenta forse non avevano percezione. Ma che traspare nelle curve dei ricordi di chi c'era. Curve non tutte facili. Ci fu una dura opposizione, in valle, alla ripresa del progetto, alla fine degli anni Quaranta del dopoguerra. Si esposero rischi, si denunciarono carenze negli indennizzi. Si sfruttarono anche manifestazioni come quella della fondazione dell'associazione allevatori nel '47 e la visita dell'allora ministro dell'agricoltura Segni, nel '49 per richiamare l'attenzione sulle conseguenze della costruzione della diga. Niente. Anche il “comitato d’azione” guidato dal parroco Alfred Rieper, non ottenne nulla. Nonostante la richiesta di una udienza papale. Nella prima metà di luglio del 1950 gli edifici che sorgevano nell'alveo del futuro lago artificiale furono demoliti. E con loro le chiese. Gli abitanti, nel frattempo, si era già trasferiti nei paesi ricostruiti poco oltre, ad una altezza non più raggiungibile dalle acque dell'invaso. Nelle foto d’epoca, di cui il libro offre una ricca selezione, si vedono proprio le acque del lago artificiale che iniziano a lambire i vecchi masi. Successivamente, ci furono anni in cui emersero anche problemi legati all'inquinamento, visto che l'invaso per mesi si ritirava facendo emergere terreni secchi e sabbiosi. Poi il problema fu risolto ma a prezzo di dure controversie. Come quelle intorno ai risarcimenti che, negli anni, subirono incrementi anche 35 volte superiori alle cifre pattuite. Ora , il campanile di Curon ha reso il lago di Resia, unico, speciale. “Ma, - si chiede l’autore - a quale prezzo?”.