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BOLZANO. Dopo sessant’anni vissuti al mercato si potrebbe scrivere un libro. «Ma anche due», ribatte Maurizio Albertin, 76 anni, senza la minima esitazione. Per più di mezzo secolo ha osservato il mondo dal suo banchetto, con la città che cambiava intorno a lui, rimanendo però uguale. Il mercato è un microcosmo, una bolla in cui sopravvive il saluto, il rapporto umano. Per questo, racconta Albertin, «non l’ho mai lasciato. Nemmeno quando è stato difficile - sospira - Ho tentato di lavorare in un negozio “chiuso”, ma sono durato un giorno e mezzo. Mi mancavano le relazioni, l’empatia, il rapporto con la realtà vera di un luogo. Tutto questo l’ho trovato solo nel mio banchetto».
Fra una settimana lascerà ufficialmente il testimone nelle mani di un giovane imprenditore. «Un ragazzo volenteroso che viene da un altro Paese - spiega - I nostri, ormai, difficilmente decidono di mettersi in proprio».
La storia
In una delle foto in bianco e nero Maurizio, appena sedicenne, è ritratto davanti a un banco di vestiti in piazza Don Bosco. Era il 1966. «Il mio primo, vero, mercato lo feci però nel 1971 - racconta - il 13 giugno, a Salorno». Fin da subito entrò nel commercio di vestiti. Questo significa conoscere taglie, gusti, abitudini dei clienti. Vedere le mode che passano e tornano. Partecipare, anche se indirettamente, ad occasioni importanti: dal primo paio di jeans al completo elegante. Dalla sua boutique ambulante ha attraversato il boom degli anni ’80 e ’90, le prime riorganizzazioni cittadine del commercio, sopravvivendo anche agli effetti drammatici della crisi, il mercato dell’online e la pandemia. Oggi, racconta, «molti non hanno idea di cosa sia il mercato. Scoprono che esiste solo quando gli portano via la macchina - sorride - Ma per chi lo vive è una parte irrinunciabile della città. Un mondo nel mondo».
Negli anni Albertin ha dato il suo prezioso contributo alla nascita del mercato del lunedì in piazza Don Bosco. «Era un’idea che coltivavo da tempo: creare un mercato vero in un quartiere che cresceva - racconta - E alla fine ci siamo riusciti. All’inizio non è stato facile. Oggi funziona, anche se con qualche difficoltà». Collaborò inoltre con il Comune alla creazione del mercato del Firmian. Il commercio nei rioni dà qualcosa in più. «Anche al mercato del sabato si crea il rapporto con la gente. Ma è più grande, c’è più passaggio di persone che vengono da fuori - così Albertin - È nei quartieri che ci si conosce veramente. Dalla stessa piazzola, negli anni, ho visto coppie appena sposate diventare genitori, poi nonni, fino a non vederle più. Chi vende alimenti, forse, ha un rapporto più costante, quotidiano. Però anche io, tra i vestiti, ho salutato e parlato con le stesse persone tutti i giorni. Cose che dietro una vetrina, chiusi in un negozio, non si possono vivere».
Albertin, storico punto di riferimento anche sindacale all’interno di Fiva prima e Anva Confesercenti poi, è stato testimone di un cambiamento del commercio ambulante. Un’organizzazione cresciuta negli anni che ha portato stabilità e attenzione verso esercenti preziosi e fondamentali da tutelare. «Oggi la polizia annonaria fa un ottimo lavoro, e non si litiga più per le postazioni. Però serve ancora una spinta in più per risolvere alcuni problemi», spiega Albertin, e lancia un appello alle istituzioni: «Non basta passeggiare al mercato. Bisogna venire all’alba, con il vento e la pioggia, per capire davvero cosa serve. Le aree vanno adeguate, i mezzi sono cambiati. Piazza Vittoria è l’emblema: serve una visione condivisa, e gli operatori devono essere coinvolti da subito, non all’ultimo minuto. Abbiamo fatto, credo, sei differenti versioni della prossima piazza Vittoria. Vanno ascoltati in continuazione gli operatori».


