Le outsiders contro  il patriarcato  letterario

Emily Brönte, Olive Schreiner, George Eliot, Mary Shelley, Virginia Woolf: sono le scrittrici di cui racconta Lyndall Gordon nel suo “Outsiders-cinque scrittrici che hanno cambiato il mondo”, Fazi,...



Emily Brönte, Olive Schreiner, George Eliot, Mary Shelley, Virginia Woolf: sono le scrittrici di cui racconta Lyndall Gordon nel suo “Outsiders-cinque scrittrici che hanno cambiato il mondo”, Fazi, 2025 (trad. Sabina Terziani). Sono le pioniere, le “fuorilegge”, le femministe, le pacifiste su cui poggia tanta parte della letteratura contemporanea. Hanno vissuto in epoche in cui alle donne era precluso il diritto di voto, gli studi universitari o l’accesso a professioni importanti. Epoche che guardavano con sospetto ad una donna che non fosse coniugata, che non avesse figli o che pubblicasse libri “letterari” (non quelli che venivano catalogati come “per donne”, insomma).

In genere erano anche allergiche all’ingiustizia sociale, pur se di estrazione familiare diversa. Se Woolf era altoborghese e ha potuto contare su una rendita di una parente per potersi dedicare in pace alla scrittura, Schreiner ha vissuto la prima parte della sua vita in povertà, in regioni remote del Sud Africa, prima di sbarcare a Londra e poi di ritornare a casa per prendere le parti dei Boeri (gli sconfitti!) nella guerra Anglo-boera.

Di regola hanno sviluppato relazioni non-conformiste con gli uomini. Se sono state fortunate, o tenaci, ne hanno incontrati alcuni che le hanno aiutate a coltivare il loro talento, come nel caso di Mary Shelley con Percy e Virginia Woolf con Leonard, anziché tarpare loro le ali. In ogni caso, hanno dovuto spesso siglare le loro opere con pseudonimi maschili, almeno al loro esordio, per farsi prendere sul serio.

Il racconto che ne fa Gordon, nata nel 1941 a Città del Capo, autrice di biografie importanti, fra cui una fondamentale su T.S. Eliot, è acuto, toccante. Di queste scrittrici si è già detto moltissimo. Tuttavia, ritrovarle affiancate le une alle altre, percepire che si parlano, da un’epoca all’altra, e che condividono un comune percorso, è importante.

Ovviamente, riguardo a uno scrittore, si potrà sempre dire che per lui parla l’opera. Che sono romanzi come “Cime tempestose” o “Frankenstein” o “Memorie da una fattoria africana” o “Middlemarch” a fare la differenza, non le origini familiari o l’educazione. Ma ripercorrere le loro vite non è uno sterile esercizio d’erudizione. Ci aiuta a cogliere le analogie. Ad esempio, il pacifismo. Il loro rifiuto di una intera cultura, tutta maschile, fondata sul patriottismo, sulla violenza e sugli eserciti. Ciò che spinge ad esempio Virginia Woolf, poco prima del celebre suicidio, a pubblicare un saggio come “Le tre ghinee”, molto meno famoso di “Una stanza tutta per sé”. Siamo nel 1938, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. L’Inghilterra già presagisce che presto entrerà in guerra contro la Germania. Ma ciò non è sufficiente per spingere l’autrice de “Al faro” ad abbracciare la causa bellica. Cioè le ragioni di un paese imperialista e che soprattutto ha emarginato per così tanto tempo metà della sua popolazione, quella di sesso femminile. Che dire: tanto di cappello alla coerenza.

Perciò, leggete questo libro. E poi leggete, (o rileggere) alcuni dei grandi classici della letteratura occidentale scritti da queste outsiders.















Altre notizie

Attualità