Già il titolo è un programma: “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Chissà se l’editoria di oggi lo passerebbe? Scritto nel 1982, pubblicato per la prima volta in Francia due anni dopo, il capolavoro di Milan Kundera conobbe un insperato successo anche in Italia, dove a pubblicarlo fu, nell’85, Adelphi (trad. Antonio Barbato). In parte quel successo è dovuto ad una storia particolare e forse irripetibile: Roberto D'Agostino, all’epoca non ancora direttore di Dagospia, ne fece un tormentone della trasmissione di Renzo Arbore Quelli della notte , che andava in onda ovviamente in tarda serata su Raidue. In realtà D’Agostino non parlò mai della trama, si limitò a citare il romanzo e Kundera stesso (assieme ad altri protagonisti del panorama culturale dell’epoca, come Achille Bonito Oliva), facendolo diventare di moda. Un lancio, per così dire, “effimero”, perfettamente in linea con gli anni 80, per un libro che di effimero in realtà non aveva nulla. La storia raccontata, quella di Tomas Tereza, Sabina e Franz, è una storia drammatica, anche se raccontata con la celebre “diderottiana leggerezza” di Kundera. Una storia che intreccia le vicende personali, in primo luogo sentimentali ed erotiche, dei protagonisti, con l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia, una delle grandi lacerazioni prodotte dalla Guerra Fredda sul tessuto dell’Europa, e soprattutto con un dilemma filosofico, l’opposizione pesante-leggero, “la più misteriosa e la più ambigua fra tutte le opposizioni”.
Kundera all’epoca aveva già all’attivo altri romanzi importanti, fra cui “Lo scherzo” e “La vita è altrove” ma è in questo che osa di più, sul piano strutturale. Già l’incipit è lontanissimo da tutto ciò che viene prescritto nei manuali di scrittura creativa: “L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo (…)”. Come potete capire, siamo lontani dai trucchi con cui gli autori prendono all’amo il lettore, ad esempio anticipando una scena forte (l’incipit in medias res, ovvero nel cuore della storia) o quantomeno mettendo lì un’osservazione forte (come nell’ultimo Antonio Franchini, che nella prima frase del suo ultimo romanzo annuncia, certo coraggiosamente, che sua madre puzza, sferrando così un pugno allo stomaco del lettore).
Qui invece il lettore va a sbattere nientemeno che sulla teoria dell’eterno ritorno in Nietzsche, uno dei passaggi più oscuri e meno sistematizzati del pensiero del filosofo tedesco. Un inizio “verticale”, ostico, anche se, lo ripetiamo, scritto in punta di penna, come se l’autore danzasse una sorta di valzer letterario (“Il valzer degli addii” è un altro celebre titolo di Kundera, che ahimé ci ha lasciati senza ricevere il Nobel). Ma a partire da quell’incipit l’autore ceco, che visse la seconda parte della sua vita in Francia, costruisce poi un romanzo a tutto tondo, appassionante, profondo, pieno di sentimenti.
Potenza di un autore che ha saputo dosare alla perfezione, sulle sue pagine, gli elementi di pesantezza e di leggerezza. Un grande classico dell’ultimo scorcio del 900.
Kundera all’epoca aveva già all’attivo altri romanzi importanti, fra cui “Lo scherzo” e “La vita è altrove” ma è in questo che osa di più, sul piano strutturale. Già l’incipit è lontanissimo da tutto ciò che viene prescritto nei manuali di scrittura creativa: “L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo (…)”. Come potete capire, siamo lontani dai trucchi con cui gli autori prendono all’amo il lettore, ad esempio anticipando una scena forte (l’incipit in medias res, ovvero nel cuore della storia) o quantomeno mettendo lì un’osservazione forte (come nell’ultimo Antonio Franchini, che nella prima frase del suo ultimo romanzo annuncia, certo coraggiosamente, che sua madre puzza, sferrando così un pugno allo stomaco del lettore).
Qui invece il lettore va a sbattere nientemeno che sulla teoria dell’eterno ritorno in Nietzsche, uno dei passaggi più oscuri e meno sistematizzati del pensiero del filosofo tedesco. Un inizio “verticale”, ostico, anche se, lo ripetiamo, scritto in punta di penna, come se l’autore danzasse una sorta di valzer letterario (“Il valzer degli addii” è un altro celebre titolo di Kundera, che ahimé ci ha lasciati senza ricevere il Nobel). Ma a partire da quell’incipit l’autore ceco, che visse la seconda parte della sua vita in Francia, costruisce poi un romanzo a tutto tondo, appassionante, profondo, pieno di sentimenti.
Potenza di un autore che ha saputo dosare alla perfezione, sulle sue pagine, gli elementi di pesantezza e di leggerezza. Un grande classico dell’ultimo scorcio del 900.

