Sta tornando in Trentino da Berlino dove ha accompagnato un figlio che lavora lì. «Un italiano all’estero», riflette ironicamente. E subito, sollecitato, butta lì i contenuti della prossima mostra a cui tiene molto e che sarà inaugurata a fine febbraio. «Riguarderà la ricerca molecolare sul genoma umano», dice Michele Lanzinger, il direttore del Muse, il Museo delle scienze di Trento, una delle punte di diamante delle strutture museali della nostra regione.

Titolo esatto?

«”Il genoma umano”. E’ un tema complesso ma importantissimo e il nostro obiettivo è riuscire a farlo capire e trasmettere a un vasto pubblico. Siamo persuasi che potrà essere un’operazione culturale di grande respiro. Vorrei poi ricordare che il 27 luglio saranno cinque anni dall’apertura del Muse e faremo una grande festa di compleanno, molto particolare».

Qualche anticipazione?

«No, no. Troppo presto».

Che anno è stato, il 2017, per il Muse?

«Ci sono degli indicatori quantitativi e poi quelli qualitativi».

Iniziamo da quelli quantitativi.

«C’è la conferma che il Muse non è stato un “evento” ma è ormai un asset della cultura italiana. Infatti, dei più di 500mila visitatori annui del nostro museo, il 75-78% arriva ormai da fuori provincia e il numero dei ritorni cresce anno dopo anno. Di questi, i 200mila che partecipano alle attività educative hanno raggiunto una soglia oltre la quale non andremo, pena lo scadimento del servizio. Semmai potremo migliorare sulle presenze straniere, ma già adesso sono in aumento durante le stagioni turistiche. E poi facciamo parte di una rete territoriale di musei: le Viote, che ha raddoppiato gli ingressi; Ledro, arrivato a oltre 40mila; il geologico di Predazzo ha toccato quota 15mila».

Passiamo agli indicatori qualitativi.

«Certo. Va notato che riusciamo a mettere insieme argomenti che non sono immediatamente “spendibili”, come la mostra sulle estinzioni e quella sulla matematica di Archimede, con altri più popolari. Il che significa che un museo ormai deve riuscire a comprendere i pubblici più diversi. E lo facciamo».

Sempre più si parla di lupi e orsi, presenza costante sul territorio. Il museo, in questo dibattito sempre acceso, pro o contro, che ruolo riveste?

«Abbiamo il compito di seguire la comunicazione, di informare correttamente. Facciamo infatti parte, ad esempio, del progetto europeo Life WolfAlps. Presentiamo gli elementi, anche di difficoltà, del ritorno del lupo. Ricordiamoci che è arrivato naturalmente e non è stato reintrodotto ma anche che è veramente tanto tempo che non si registra un attacco del lupo agli uomini. Siamo peraltro ben consapevoli che ci sono degli aspetti problematici, ad esempio con la pastorizia di montagna. Comunque, il lavoro di dissuasione portato avanti dalla Provincia sta procedendo bene».

In tempi di crisi, come stiamo a bilancio visto che i rubinetti provinciali non sono sempre particolarmente prodighi anche se un occhio di riguardo nei vostri confronti c’è sempre stato?

«Tra noi e la Provincia c’è un rapporto chiaro. Annualmente arrivano quasi 6 milioni di euro. Ma poi c’è l’autofinanziamento che è intorno ai 4,5 milioni, tra biglietti, shop, progetti, consulenze e finanziamenti europei, che ci permettono di avere una buona programmazione. Inoltre ci sono alcuni sponsor privati nostri partner. In parte sono soldi che ci consentiranno di aumentare la quantità del personale».

In che termini “aumentare la quantità del personale”?

«Ai nostri 70 dipendenti se ne aggiungeranno, entro la metà di quest’anno anno, circa una novantina che farà parte, con contratto a tempo indeterminato, della società che vincerà l’appalto per le attività di guida agli spazi espositivi, dello shop e della reception. Finora questo personale aveva contratti atipici. Siamo riusciti a chiudere il cerchio grazie a un lavoro intenso con la Provincia e i sindacati. Tra poco apriremo le buste. Ci auguriamo di avere un rapporto positivo con chi vincerà l’appalto perché va ricordato che questi ragazzi sono la faccia pubblica del Muse e nel corso degli anni hanno lavorato molto bene».

Cosa le piace di più dell’istituzione che dirige e cosa le piace meno e va migliorato.

«L’aspetto migliore è il rapporto con lo staff. Ho più difficoltà a pensare ciò che mi piace di meno. Anzi, non sono proprio in grado…».

Orgoglio di direttore...

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