La Sardegna più nota è quella mondana e impareggiabile della Costa Smeralda. Tuttavia le meraviglie naturali (e culturali) di quell’isola-continente si offrono ovunque. Che dire della selvaggia coste occidentale? In particolare quelle dello spettacolare e sempre poco noto ponente di Alghero. Sono le coste selvagge che per molti mesi all’anno sono sferzate dai gelidi venti di maestrale che hanno sempre reso problematica ogni navigazione. In quel mare dove issare una vela è sempre una bella impresa, la natura è ancor oggi la padrona assolta. Quasi non volesse essere disturbata per poter svelare, a chi ci arriva, tutto il suo fascino “segreto”.

Proprio a ridosso delle imponenti scogliere che precipitano verticali tra Capo Caccia e Cala Inferno (nome quantomai appropriato per sottolineare l’impervietà della costa), si apre uno specchio d’acqua che, grazie alla sua superficie sempre “piatta”, garantisce da secoli un approdo sicuro e tranquillo. Più che un tratto di mare sembra proprio un sereno laghetto. E’ la baia di Capo Conte.

In realtà è uno degli angoli più “nascosti” (e belli) dell’intera Sardegna. Un’ area protetta inserita da qualche tempo in un interessante progetto di ecomuseo diffuso. Un luogo frequentato da sempre considerando anche la presenza sulle sue rive di due complessi risalenti all’età nuragica: Palmavera e Sant’Imbenia, prima ancora degli antichi romani che lì, sfruttando un mare sempre tranquillo, hanno insediato un porto assai frequentato che garantiva, ai non pochi temerari naviganti dell’epoca, un approdo sicuro. Un complesso notevole i cui resti testimoniano un’epoca di fiorente di commerci. Quell’area (oggi trasformata in un piccolo gioiello trascurato dai visitatori abbagliati solo dalla prorompente e selvaggia bellezza delle spiagge di Sardegna) è affidato alla passione di un singolare personaggio: Andrea Canu. E’ il custode che, prendendosi con passione cura di quell’angolo di paradiso, vi trascorre la sua vita.

A Sant’Imbenia sono ancora ben visibili oltre ai resti di un approdo risalente al I e II secolo a.C. anche quelli di un frequentato emporio, oltre alle testimonianze di una villa raffinata con tanto di mosaici e stucchi. Immancabili anche le terme che, in un ambiente di una bellezza unica, garantivano momenti di riposo e ristoro. L’approdo della villa romana di Sant’Imbenia ha - come ricorda Andrea Canu – ha origini che si perdono nel Medio bronzo, oltre mille anni avanti Cristo. Quindi 3 mila anni fa allorchè fu un centro di commercio e smistamento di prodotti che lì confluivano dalle non lontane miniere d’argento dell’Argentiera e di rame di Calabona. Porto Conte fu infatti attivo per secoli, tanto che sono stati rinvenuti segni della presenza non solo nuragico-fenicia, ma anche greca prima ancora che romana. Era, infatti, punto di partenza per rotte che portavano alle coste del Nord Africa e che raggiungevano la Spagna fino a Cadice. La bellezza di Sant’Imbenia non è solo legata al suo riscoperto antico ruolo mercantile, ma all’intero ambiente che le fa corona. Dalle strapiombanti (e fotogenicissime) pareti a picco sul mare di Capo Caccia, all’imponente e incontaminata bellezza di Cala Inferno, alla sorprendente Grotta di Nettuno che si raggiunge scendendo tra rocce strapiombanti ben 654 gradini che poi vanno risaliti non senza una certa appagante fatica, alle testimonianze di vicende storico-sociali più recenti quali quella triste ex colonia penale di Tramariglio (oggi ribattezzata con il più rassicurante toponimo di Casa Gioisa) attiva fin dopo il secondo conflitto mondiale. E ancora: la torre aragonese di Porto Conte, oggi museo, che svela il rapporto intimo e segreto tra la vicina Alghero e lo scrittore-aviatore francese Antoine De Sainte Exupery, quello de “Il piccolo principe”, che in quei luoghi trascorse giornate indimenticabili.