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Prendi tre aree protette nelle Alpi meridionali (Adamello-Brenta, Stelvio, Orobie), fra Trentino Alto Adige e Lombardia, studiane per anni (dal 1996 al 2014) otto torrenti glaciali, in trentacinque siti campionati mensilmente nella stagione di ablazione glaciale; cerca, fra altri organismi, piccoli insetti sconosciuti al pubblico, del taxon diamesa (chironomidi, per chi ne capisce), tipici della fascia criale, ovvero l’ambiente dove lassù dominano ghiacci e acque torrentizie torbide, e le temperature massime sono di media inferiori ai sei gradi. Cosa ne esce? Ne esce un preoccupante articolo pubblicato pochi giorni fa sulla rivista scientifica Nature Ecology and Evolution, cofirmato - come unica scienziata italiana - dall’idrobiologa del Muse (il Museo di scienze di Trento), Valeria Lencioni, che da vent’anni studia la fauna dei torrenti. L’articolo racconta che nelle Alpi specie particolarmente adattate in milioni di anni a condizioni estreme, scompaiono, restano residuali o già si ibridano con altre, a fronte di un clima riscaldato, del ritiro dei ghiacciai, della riduzione o scomparsa del loro habitat.
Loro, i protagonisti della ricerca di cui parliamo, sono piccoli invertebrati del taxon diamesa (ve ne sono tre specie nelle Alpi: steinboecki, goetghebueri, zerny). Non sono eclatanti come lupi o aquile, eppure sono speciali, perché si sono specializzati in milioni di anni per la vita nei primi metri dei gelidi torrenti criali alpini, dove la disponibilità trofica è ridottissima: detriti di foglie, per esempio.
Questo è solo il primo passo: non sappiamo cosa comporterebbe la perdita o riduzione di un tassello simile nel mosaico della vita alpina. A oggi la letteratura su studi ecologici a lungo termine riguardo alle Alpi meridionali è scarsa. Quindi questa ricerca ha un particolare rilievo informativo e come campanello d’allarme. Oltre all'articolo citato ne sono usciti altri due nell’autunno del 2017, che portano entrambi il contributo anche della ricercatrice del Muse. Lo studio mostra che una rapida riduzione dei ghiacciai ha causato in sette siti fra quelli analizzati la quasi scomparsa, la residualità distributiva, in alcuni casi l'ibridazione, di una delle tre specie di diamesa tipiche della fascia glaciale, diamesa steinboecki. Il nostro moscerino delle acque è scomparso, per dire, dal torrente Conca sul Carè Alto, dove abbondava una ventina d’anni fa.
Allo stesso tempo - evidenzia lo studio, e non si tratta di una buona notizia - aumenta la presenza di specie generaliste. In pratica in estrema sintesi possiamo dire che con un clima più caldo si riduce e alza di quota la fasca estrema, salgono di quota le specie un po' più banali che normalmente vivrebbero nelle fasce inferiori, tendono a scomparire quelle estreme e più specializzate, che hanno impiegato milioni di anni per sviluppare particolari adattamenti per vivere in simili ambienti, che oggi sono in mutamento e ritiro.
Siamo solo agli inizi di tali studi: non sappiamo quali cambiamenti/stravolgimenti negli equilibri ecologici complessivi questa perdita porterà con sé. Diamesa steinboecky non è una piccola aliena, al contrario fa parte di un ben più ampio, essenziale gioco delle parti: ogni vivente e non vivente ha un ruolo complesso, esercita fini o meno fini funzioni ecologiche, come quelle di depurazione delle acque che poi noi umani utilizziamo, ad esempio. Ogni stravolgimento di equilibrio alle alte quote, negli ambienti estremi ha implicazioni più gravi, difficili da mitigare. La pubblicazione ci ricorda ad esempio un dato riguardo alle Alpi: il riscaldamento del clima combinato con le ridotte precipitazioni, ha portato dal 1850 ad oggi a perdere il 54% dell’area coperta da ghiacciai. Le proiezioni attuali degli scienziati suggeriscono che nel 2100 soltanto il 4–13% dei ghiacciai delle Alpi europee mappati nel 2003 resisteranno.
Sappiamo da tempo che il ritiro dei ghiacciai si accompagna ad una sempre più evidente riduzione della disponibilità di acqua per gli usi civili, per il turismo, per l’agricoltura, a problemi di instabilità idrogeologica, a un mutamento del paesaggio e di alcuni famosi tracciati alpinistici, che sono parte dell’identità culturale alpina e contribuiscono all’economia di rifugi e vallate.
Le vicende di un minuscolo insetto iper-specializzato, diremmo impavido se non suonasse eccessivo per un non-mammifero, che vive nelle ristrette acque glaciali in altissima quota, insomma sono storie che ci riguardano tutti. Ora tutti i campioni analizzati nel corso dello studio (1050 campioni, che includono 181.515 invertebrati di 114 taxon) sono collezionati al Muse: monito ed esempio di quel che fu e potremmo perdere.
Se il rispetto logico per l’evoluzione (anche di un piccolo moscerino glaciale) non basta, si pensi che con la fusione di strati di ghiaccio “antichi” si liberano nelle acque superficiali sostanze che erano rimaste intrappolate nei ghiacci, dove erano state trasportate dai venti, come pesticidi, elementi radioattivi, metalli di reperti bellici rimasti sepolti sotto neve e ghiaccio durante la prima guerra mondiale.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Loro, i protagonisti della ricerca di cui parliamo, sono piccoli invertebrati del taxon diamesa (ve ne sono tre specie nelle Alpi: steinboecki, goetghebueri, zerny). Non sono eclatanti come lupi o aquile, eppure sono speciali, perché si sono specializzati in milioni di anni per la vita nei primi metri dei gelidi torrenti criali alpini, dove la disponibilità trofica è ridottissima: detriti di foglie, per esempio.
Questo è solo il primo passo: non sappiamo cosa comporterebbe la perdita o riduzione di un tassello simile nel mosaico della vita alpina. A oggi la letteratura su studi ecologici a lungo termine riguardo alle Alpi meridionali è scarsa. Quindi questa ricerca ha un particolare rilievo informativo e come campanello d’allarme. Oltre all'articolo citato ne sono usciti altri due nell’autunno del 2017, che portano entrambi il contributo anche della ricercatrice del Muse. Lo studio mostra che una rapida riduzione dei ghiacciai ha causato in sette siti fra quelli analizzati la quasi scomparsa, la residualità distributiva, in alcuni casi l'ibridazione, di una delle tre specie di diamesa tipiche della fascia glaciale, diamesa steinboecki. Il nostro moscerino delle acque è scomparso, per dire, dal torrente Conca sul Carè Alto, dove abbondava una ventina d’anni fa.
Allo stesso tempo - evidenzia lo studio, e non si tratta di una buona notizia - aumenta la presenza di specie generaliste. In pratica in estrema sintesi possiamo dire che con un clima più caldo si riduce e alza di quota la fasca estrema, salgono di quota le specie un po' più banali che normalmente vivrebbero nelle fasce inferiori, tendono a scomparire quelle estreme e più specializzate, che hanno impiegato milioni di anni per sviluppare particolari adattamenti per vivere in simili ambienti, che oggi sono in mutamento e ritiro.
Siamo solo agli inizi di tali studi: non sappiamo quali cambiamenti/stravolgimenti negli equilibri ecologici complessivi questa perdita porterà con sé. Diamesa steinboecky non è una piccola aliena, al contrario fa parte di un ben più ampio, essenziale gioco delle parti: ogni vivente e non vivente ha un ruolo complesso, esercita fini o meno fini funzioni ecologiche, come quelle di depurazione delle acque che poi noi umani utilizziamo, ad esempio. Ogni stravolgimento di equilibrio alle alte quote, negli ambienti estremi ha implicazioni più gravi, difficili da mitigare. La pubblicazione ci ricorda ad esempio un dato riguardo alle Alpi: il riscaldamento del clima combinato con le ridotte precipitazioni, ha portato dal 1850 ad oggi a perdere il 54% dell’area coperta da ghiacciai. Le proiezioni attuali degli scienziati suggeriscono che nel 2100 soltanto il 4–13% dei ghiacciai delle Alpi europee mappati nel 2003 resisteranno.
Sappiamo da tempo che il ritiro dei ghiacciai si accompagna ad una sempre più evidente riduzione della disponibilità di acqua per gli usi civili, per il turismo, per l’agricoltura, a problemi di instabilità idrogeologica, a un mutamento del paesaggio e di alcuni famosi tracciati alpinistici, che sono parte dell’identità culturale alpina e contribuiscono all’economia di rifugi e vallate.
Le vicende di un minuscolo insetto iper-specializzato, diremmo impavido se non suonasse eccessivo per un non-mammifero, che vive nelle ristrette acque glaciali in altissima quota, insomma sono storie che ci riguardano tutti. Ora tutti i campioni analizzati nel corso dello studio (1050 campioni, che includono 181.515 invertebrati di 114 taxon) sono collezionati al Muse: monito ed esempio di quel che fu e potremmo perdere.
Se il rispetto logico per l’evoluzione (anche di un piccolo moscerino glaciale) non basta, si pensi che con la fusione di strati di ghiaccio “antichi” si liberano nelle acque superficiali sostanze che erano rimaste intrappolate nei ghiacci, dove erano state trasportate dai venti, come pesticidi, elementi radioattivi, metalli di reperti bellici rimasti sepolti sotto neve e ghiaccio durante la prima guerra mondiale.
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