Sciangai, l’amarcord prosegue: la terza edizione al Cristallo
Il quartiere "simbolo": l'appuntamento oggi, dalle ore 16 alle ore 19: immagini, suoni e racconti capaci di "fare un luogo"
BOLZANO. Bolzano non ha un dialetto. Cioè, non lo hanno gli italiani. E la ragione è che ne avevano tanti, in dote, quando ci sono arrivati. Ma, giorno dopo giorno, quello che non poteva essere dialetto è diventata una tendenza lessicale, quell’intruglio di cadenze e vocali storpiate e dilatate che può riversarsi in uno “slang”. Lo si riconosce? Fuori no. Ma dentro sì. Vale a dire che lo percepiscono quasi solo i bolzanini per via del fatto che è nato e si è configurato, con tutte le sue divagazioni anche crude, in un quadrilatero urbano che sfila, da un lato lungo via Aosta fino a via Resia e, dall’altro, da via Milano fino all’Isarco.
È il reticolo di Sciangai. E qui si apre un’altra questione. Con la “h” come quella cinese o senza? I puristi non hanno dubbi: con la “sci”. Michele Di Puppo che lo è ritiene questa declinazione una identità di tempo e di luogo senza compromessi. Sciangai perché la storpiatura indica uno status antropologico legato all’esotismo geografico. Shanghai, quella vera, costituiva il punto più lontano immaginabile da una torma di ragazzini che si vedeva, giocando nei vialetti delle Semirurali o nei cortili del vecchio rione Dux, altrettanto distante dalla Bolzano oltre via Roma, entità spesso astratta perché ci voleva una lunga camminata per arrivarci da quel confine invisibile che stava alla fine di via Torino verso nord.
Di Puppo ne sa perché è uno sciangaiolo. Altro vocabolo senza la “h”. Per molto tempo una riduzione della cittadinanza ma, nel mentre, anche orgoglio identitario. Una comunanza di usi, costumi e voci che ha fatto di quel grande ed esteso quartiere un modo di essere Bolzano tutto suo.
Tornando allo slang. Si è formato lì perché è in quel quadrante che erano affluiti quelli delle “vecchie province” attirati dal lavoro sicuro nella zona delle industrie. Con tanti dialetti d’origine ma con uno che prevaleva sugli altri per via del numero dei suoi adepti: il veneto. Con una declinazione ancora più specifica: la provincia di Rovigo. Quella più povera, con meno lavoro e più bocche da sfamare. E allora quella inflessione basso veneta aveva iniziato a corrodere l’italiano standard e a inglobare le altre cadenze, come quelle meridionali pur in gran numero. Uno slang fatto non tanto di parole quanto di accenti. Di scivolate. Fuori dall’Alto Adige, un italiano ci sente come standard, un bolzanino invece sa di cose di tratta. E lo parla senza volerlo. Perché è nell’aria.
Sciangai è questo e altro ancora. Anche se oggi, dopo decenni, è avvenuta una sorta di crisi identitaria, partita con la dispersione delle Semirurali e avanzata attraverso i comportamenti delle nuove generazioni, della fluidità dello sviluppo immobiliare, del lavoro che portava tanti a muoversi in una città senza più barriere.
È per questo che Sciangai rischia di essere un ricordo. E come tutti, prezioso. Ed è la ragione per cui si ripresenta, sabato al Cristallo (dalle 16 alle 19) un format ormai diventato un classico: “Amarcord Sciangai 3”. Un numero che indica le sue edizioni. Michele Di Puppo, famiglia pugliese, una giovinezza vissuta nei cortili del quartiere, un po’ come Renzo Caramaschi e pure Claudio Corrarati, i due sindaci più recenti, è ancora una delle anime dell’iniziativa, insieme al circolo Auser “Club Ipazia”, il cui motore è Elio Fonti.
Ci saranno storie e personaggi raccontati tra realtà e fantasia da Flora Sarrubbo. Musica d’epoca con i “Modo d’essere” e Nancy Travaglini con in più il cabaret di Franz e Bepi. Con immagini e suoni che hanno fatto l’identità di un luogo che ha connotato Bolzano com’era e com’è ben più, almeno sul piano antropologico, dell’“altra” città oltre via Torino.
p.ca.