“Una casa sull’argine”, il romanzo dimenticato 

Letteratura. Il libro, scritto da Gianni Bianco nel 1965, viene ora ristampato da Alphabeta  È stato il primo romanzo scritto da un altoatesino a raccontare la contrapposizione etnica

di Carlo Romeo

Sabato scorso si è concluso il convegno bilingue sulla “Letteratura in Alto Adige-Südtirol 1918-1968”, organizzato dall’Accademia di studi italo-tedeschi di Merano. Fra i tanti scrittori di cui si è discusso, diversi erano anche di lingua italiana, come Luigi Bartolini e Antonio Manfredi. In conclusione lo storico Carlo Romeo ha presentato la riedizione del romanzo “Una casa sull’argine” di Gianni Bianco, uscito nel lontano 1965. Il libro inaugura la collana “TravenReprint” della casa editrice Alphabeta, un progetto editoriale che vuole rendere disponibili a un confronto attuale alcuni “classici dimenticati”.



carlo romeo

merano. Ci sono romanzi importanti che, per varie ragioni, rimangono più citati che letti. È il caso di “Una casa sull’argine” del giornalista Gianni Bianco, pubblicato in tiratura limitata nel 1965 (Fratelli Longo editori). Fu accolto allora come una vera cesura: il primo romanzo sull’Alto Adige scritto da un italiano cresciuto in provincia, ovvero l’esempio di come anche il gruppo italiano cominciasse a produrre un confronto letterario con questa terra e i suoi problemi. Riprendendo la recensione che ne aveva fatto Lidia Menapace sulle pagine dell’“Alto Adige”, il suo “caso” fu citato ad esempio da Claus Gatterer e, di rimando, dal “poeta ribelle” N.C. Kaser nel suo famoso discorso di Bressanone sulla nuova letteratura sudtirolese (1969); entrambi però non avevano potuto leggerlo. D’altro canto la stessa pubblicazione del romanzo aveva avuto una vicenda particolare.

Nel 1965 il Circolo Universitario Cittadino di Bolzano aveva promosso il suo primo concorso letterario prevedendo come premio la pubblicazione dell’opera vincitrice. Pur arrivando secondo dopo acerrime discussioni (vincitrice fu Dora Feliziani con “I giovani anni di Fulvia”), anche il racconto di Bianco ottenne comunque la concorde proposta di pubblicazione. La più energica sostenitrice all’interno della giuria fu Lidia Menapace che ne sottolineò i caratteri di assoluta novità nel panorama locale: il romanzo aggrediva “con un coraggio brusco uno dei punti dolenti della tematica umana di questa terra”, ovvero la convivenza tra i gruppi linguistici. Lo faceva attraverso il più classico, ma anche il più efficace, dei motivi letterari: la relazione amorosa tra due giovani di lingua diversa, avversata dalla pressione ambientale.

Erano gli anni in cui la tensione percepibile fra i gruppi linguistici nel dopoguerra aveva raggiunto il culmine. Non si trattava più soltanto delle mobilitazioni contrapposte collegate alla battaglia politica (crisi della Regione, “Los von Trient”, ricorso dell’Austria all’ONU), ma del clima sempre più avvelenato che si era creato con l’escalation degli attentati terroristici: una contrapposizione che poteva sembrare molto più forte e pervasiva delle ragioni e delle speranze riposte nel dialogo politico. Gianni Bianco, da attento giornalista, aveva già raccontato tutto questo nel volumetto “La guerra dei tralicci” (Manfrini 1963), concludendo proprio con la considerazione degli “ostacoli psicologici” che la polarizzazione etnica aveva eretto e che solo il tempo avrebbe potuto attenuare.

È in questo contesto che va individuata la motivazione più profonda del romanzo: indagare la realtà locale questa volta in forma letteraria, attraverso una vicenda “dal basso”, quotidiana ma esemplare.

La forza del romanzo sta nell’equilibrio tra il vivace realismo della rappresentazione di luoghi, personaggi, situazioni (concreti frammenti della realtà bolzanina di quegli anni) e le valenze simboliche del racconto. La difficile relazione tra Marta e Michele, i due protagonisti, si profila man mano come una lotta contro i fantasmi del passato e la cortina apparentemente invalicabile che li divide.

Nel riuscito personaggio del trentenne Michele si riflettono (con un ampliamento generazionale) sia le esperienze della guerra e del dopoguerra sia le inquietudini degli anni del boom economico. I continui flash-back restituiscono nel romanzo gran parte del vissuto del gruppo italiano immigrato in provincia, in cui si rispecchia del resto la biografia dell’autore.

Nato a Capua nel 1932 ma cresciuto sin dall’infanzia a Bolzano (dove il padre lavorava presso la questura), Gianni Bianco si diplomò al “Carducci”, laureandosi poi in giurisprudenza a Bologna. La passione giornalistica fu più forte di quella forense, abbandonata subito dopo aver raggiunto l’abilitazione a procuratore legale. Dopo anni di collaborazione alle trasmissioni radiofoniche della RAI locale, entrò nella redazione del quotidiano “Alto Adige”, dirigendone per qualche tempo l’edizione di Trento e seguendo da vicino quegli anni così importanti e burrascosi della politica e cronaca regionale. Alla fine del 1967 fu nella pattuglia di giornalisti che passarono alla redazione bolzanina del quotidiano nazionale “Il Giorno” e poi, chiusasi l’esperienza nel 1971, si trasferì a Milano, alla sede centrale del quotidiano. Entrò ben presto nella redazione sportiva specializzandosi nel campo degli sport invernali (soprattutto dello sci) diventandone una delle firme più note. Seguì Olimpiadi, pubblicò libri e reportage, fondò e diresse riviste di settore; un’intensa attività continuata anche dopo il pensionamento, fino alla morte avvenuta a Milano nel 2015.

Il romanzo giovanile “Una casa sull’argine” rimase per l’autore la sua (quasi) unica prova letteraria. Per il panorama altoatesino rimase a lungo un’eccezione. Riletta a tanti anni di distanza, offre l’efficace spaccato di un piccolo mondo còlto nel suo momento di massima tensione e metamorfosi.

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