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BOLZANO. L'idea di aggirare la crisi innovando nell'impresa e non aspettando che si rinnovi la politica, smette di essere solo un'idea. Dice Pan: «Non per dire che sappiamo tirarci su le maniche da soli, ma guardate questi numeri: in tre anni 1186 nuovi posti di lavoro in più in 16 aziende innovative campione. Basta? ». Basta, per il presidente di Assimprenditori, anche per mettere in riga chi aspetta il Polo tecnologico come il messia della ripresa. Presidente, non è che avete tirato fuori questi numeri, oggi, a pochi giorni dal via del cantiere in Zona per lanciare un segnale di guerra? «Ma scherziamo? È un'indagine che serve soprattutto a noi, a farci capire dove investire. Anzi, ammetto che queste cifre hanno sbalordito anche me...». Perchè, polemiche pubblico-privati intorno al Polo o no, i numeri sono numeri. Il "campione" delle 16 aziende altoatesine dice anche che , tutte ,nessuna esclusa, hanno deciso di assumere anche nel 2013; che in queste stessa imprese, la percentuale di assunti under 30 è stata del 54%; che nell'high tech altoatesino un occupato su cinque ha meno di trent'anni. In sostanza: la crisi si batte innovando; la disoccupazione decresce dove si investe nell'export ad alto contenuto di tecnologia; il pil si riannida laddove ci si getta con coraggio nei nuovi prodotti e nei nuovi assunti.
Presidente, è sbalordito?
«Pensavo a un buon risultato. Questo è straordinario».
Proviamo a tradurlo in politica industriale? Perché investire nel Polo quando le aziende, se sostenute, creano migliaia di posti di lavoro in più?.
«Io non faccio politica, faccio impresa. Ma ho la libertà di dire: perchè fare muri, creare nuova burocrazia impiegatizia se ci si può muovere tra chi fa già rete?».
Ma chi vuole il Polo dice: serve una regia, altrimenti i soldi non si comprende dove vadano...
«No, serve parlarsi. Invece per chi ha già sedi e uffici, come l'Eurac, la Lub e la Provincia, sono stati subito perfettamente progettati i nuovi spazi, per le imprese che veranno eventualmente ospitate c'è la nebbia. Vedremo, faremo...».
Cosa serve invece?
«Mettersi in rete. Il pubblico deve ascoltarci e rispondere. Ma nel concreto. Un tavolo di concertazione, mettere nero su bianco, conoscere le esigenze. Invece il progetto è tale e quale era anni fa, quando neppure si ragionava di dialogo».
Ma l'Università vi cerca...
«E noi cerchiamo lei. Bene. Ma servirebbe subito una facoltà di Ingegneria».
E poi?
«Autostrade che funzionino, aeroporto, treni veloci, ascolto. Perchè, guardate, queste performance occupazionali sono il frutto della nostra capacità di mettere insieme esigenze del mercato e creazione di nuova classe dirigente. La politica parla tanto di fuga dei cervelli. Ecco: qui in Alto Adige corriamo meno rischi che altrove».
Ma c'è anche la crisi. E tante nostre aziende riducono, chiudono...
«Ma questa indagine ci indica la strada e ci offre le dimensioni di un nostro possibile modello di riferimento. Se cade un albero c'è molto frastuono ma è importante che tutto intorno il bosco continui a crescere».
1186 posti di lavoro in più non è solo economia, no?
«È vero, è anche tessuto sociale, futuro. Uno dei dati più interessanti è che in queste imprese che hanno puntato sull’high tech crescono non solo i giovani ma anche l'inclusione, la multiculturalità, il multilinguismo».
E dunque, che deve fare un giovare per sperare in un lavoro?
«Prima di tutto le lingue. Se non le sa, si chiude quasi tutte le porte. E poi studi finalizzati al lavoro, coraggio nel lasciare vecchie strade, disponibilità a muoversi. Con uno sforzo in più, il futuro potrebbe aprirsi per migliaia di ragazzi. E aprirsi qui, in Alto Adige».
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