BOLZANO. Renzi l’ha definito un totem ideologico. Si riferiva all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori che il governo vuole riformare. Opposizione netta da parte della Cgil. Cisl e Uil aperte al confronto. Imprenditori, ovviamente d’accordo. Queste le posizioni in campo. Ma per evitare la sterile polemica giova capire qual’è la posta in gioco. Ci aiutano Nikolaus Tribus (membro del cda della Gkn Driveline di Brunico) e Toni Serafini, segretario provinciale della Uil. Via le ideologie, allora. «Teniamo presente che l’art. 18 riguarda circa 7 milioni di lavoratori italiani, ma non quelli del pubblico impiego che hanno specifiche norme in materia. Ovvero interessa solo il settore privato per aziende con più di 15 dipendenti, 5 nel settore agricolo», sottolinea il sindacalista, ricordando che negli ultimi 5 anni in Italia sono state licenziate 950 mila persone collettivamente. Sì, perché l’art.18 ha a che fare solo con gli eventuali licenziamenti individuali. «Il problema resta la tutela dei lavoratori e qui si deve aprire il confronto, su tutela, crescita e creazione di posti di lavoro», ancora Serafini.

«In questi decenni, dal 1970 ad oggi, ho visto tanti danni causati dall’art. 18 e credo che oggi serva soltanto a proteggere i fannulloni - quando ci sono - che hanno il posto fisso. Va riformato ed adeguato ai cambiamenti del mondo del lavoro, tenendo presente che l’articolo in questione dello Statuto dei lavoratori è servito solo a creare tanto precariato», evidenzia Nikolaus Tribus. Quest’ultimo ricorda inoltre che «i licenziamenti discriminatori resteranno nulli anche in futuro». Ovvero, nessuno verrà licenziato per fini di discriminazione politica, religiosa, razziale, di lingua e di sesso.

Fin qui i pareri su un «totem» che dovrebbe essere abbattuto nell’ambito del disegno di legge delega approvato dal Senato l’8 ottobre scorso, quello del cosìddetto Jobs Act.

Per ora principi vaghi e generici che dovranno essere tradotti in decreti delegati da Palazzo Chigi. Una riforma del mercato del lavoro, dove al suo interno si intende riscrivere la disciplina delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro, ovvero anche la materia del licenziamento.

Ecco prendi l’art. 18. La Cgil è strenuamente contraria al cambiamento. Il governo punta al «contratto a tutele crescenti». La maggiore flessibilità in uscita dovrebbe servire a contrastare la precarietà. Già scritto di quali lavoratori fa riferimento l’art. 18, bisogna aggiungere che il medesimo è stato depotenziato due anni fa dalla riforma Fornero che ha cancellato il reintegro automatico per alcune tipologie di licenziamento, prevedendo un’indennità risarcitoria per chi viene licenziato per motivi economici, e limitando la possibilità di scelta del giudice ai licenziamenti disciplinari per giusta causa o per giustificato motivo. «Nessun imprenditore licenzia tanto per fare qualcosa, ma solo quando l’azienda non ha più i numeri economici per andare avanti», dice convinto Tribus.

Fatto sta che l’impatto reale dell’art 18. nel Belpaese vede circa 40 mila cause di lavoro, di cui l’80% circa si risolve con un accordo. Vanno a sentenza circa 8 mila casi: in 3.500 vince l’azienda e in 4.500 il lavoratore. Di questi i due terzi prevedono il reintegro, ovvero 3 mila casi in tutta Italia. Numeri indicativi.