BOLZANO. Nervi saldi, guardare con attenzione ai prossimi passi dell'amministrazione americana, puntare sulle trattative. Ma non agire con fretta. Questa la posizione degli imprenditori altoatesini rispetto alla scelta dei dazi sui prodotti europei - ma non solo - fatta da Donald Trump. Gli Stati Uniti sono il terzo mercato di esportazione dei prodotti altoatesini dopo Germania e Austria. Lo scorso anno l'export negli Stati Uniti ha registrato un notevole aumento, raggiungendo un valore pari a 511 milioni di euro. Stando a questo dato, il mercato statunitense rappresenta quasi il 7 per cento delle esportazioni dalla provincia di Bolzano. 

Nonostante l'attuale scenario politico, gli Stati Uniti rimangono un mercato chiave per l'economia globale. «Concretamente, noi abbiamo già un sito produttivo negli Stati Uniti, ma il problema non è crearne di nuovi, quanto quello che ci sta dietro. I componenti dei macchinari non vengono tutti dagli Usa, ad esempio nel nostro caso molti ne arrivano dal Giappone. 

E poi il fatto è che è veramente difficile trovare personale qualificato, ad esempio sul lato ingegneria. È una situazione un po' strana, nella nostra realtà dobbiamo analizzare, vedere se portare più produzione negli Usa, dove facciamo già gli inchiostri ed abbiamo un fatturato di 170-180 milioni di euro annui. Capiremo di più nelle prossime settimane», sottolinea Christoph Gamper, amministratore delegato della Durst, azienda di tecnologie di produzione e stampa digitali avanzate con sede principale a Bressanone. 

«Purtroppo non funziona così, non basta decidere di mettere in piedi nuovi stabilimenti e poi si parte. Ci vogliono anni, deve esserci lì - negli Usa - una catena di valore che attualmente non esiste. Per Trump è facile dire "venite qui", ma ad esempio nel nostro settore è molto difficile, tutta la specifica tecnologia non viene dagli Stati Uniti», ancora Gamper, a capo di un gruppo di oltre 1.100 collaboratori.«Una prima complicazione, sarà quella legata alla tecnica e alla logistica, se i tempi saranno veloci. Poi può essere che per i prodotti alimentari dall'Italia l'impatto non sarà così forte, perchè quella fascia americana di popolazione che va a scegliersi un prodotto italiano è di livello alto. Certo non è facile fare proiezioni», sottolinea Alexander Rieper, nel suo ruolo di presidente della sezione Alimentari di Confindustria Alto Adige. 

«I nostri prodotti per il consumatore di alto livello statunitense sono abbastanza a buon prezzo, in paragone a certi prodotti loro. Sarà tutto da vedere come evolverà la situazione. Certo i dazi sono sempre un ostacolo, anche perché nessuna delle nostre aziende farà dumping, noi siamo abituati a fare bene i calcoli, e se portiamo un nostro prodotto Oltreoceano, non possiamo andare in perdita», ancora Rieper. «Comunque non penso che ci sarà subito un impatto fortissimo», evidenzia Rieper, uno dei titolari nonché amministratore delegato dell'impresa familiare «A. Rieper Spa». Per Stefan Pan, presidente della Pan Surgelati Srl e vicepresidente di Confindustria nazionale «è fondamentale la coesione dell'Unione europea, perché con la politica dei dazi non ci saranno vincitori, ma solo perdenti». 

«Ecco perché è importante non farsi prendere dal panico, vedere se c'è spazio per le trattative e ragionare a mente fredda», afferma Pan, la cui azienda esporta negli Stati Uniti. L'introduzione dei nuovi dazi da parte degli Stati Uniti nei confronti dell'Unione europea potrebbe generare una nuova impennata dell'inflazione e bloccare i tagli ai tassi d'interesse attesi dalla Banca centrale europea nel 2025. Le misure protezionistiche americane - fino al 25 per cento su acciaio e alluminio e tra il 10% e il 20% su vari beni manifatturieri e agroalimentari - avranno un impatto significativo anche sul fronte monetario e creditizio, con effetti negativi a cascata per famiglie e imprese italiane. L'aumento dei costi delle importazioni potrebbe spingere l'inflazione europea di 1-2 punti percentuali, costringendo la Bce a rinviare i tagli ai tassi previsti nei prossimi mesi. È quanto spiega il Centro studi di Unimpresa, secondo cui con il costo del denaro attualmente al 2,5%, verrebbe quindi meno quella boccata d'ossigeno attesa dal mercato, frenando la riduzione delle rate dei mutui - oggi con una media intorno al 3% - e mantenendo a livelli elevati gli interessi sui prestiti bancari per le imprese, attualmente pari al 4%.