BOLZANO. I consorzi di insediamento per le imprese? «Il metodo è ancora valido, ma va cambiato il sistema», afferma il presidente della Cna altoatesina, Claudio Corrarati. Alcune imprese hanno problemi di liquidità: la richiesta è quella di liberare dai vincoli le aree interessate.

I consorzi di imprese per l'insediamento «condominiale» di laboratori ed officine sono stati, fino a pochi anni fa, un successo nato dall'intraprendenza e dalla spinta innovativa della Cna/Shv e dei suoi associati. Il sistema condominiale a più piani, disegnato dall'architetto Tomasi per l'immobile che ancora oggi ospita la sede dell’associazione degli artigiani a Bolzano, inaugurò un metodo che Durnwalder, presente al taglio del nastro, indicò come esempio per i futuri insediamenti bolzanini, perché in grado di generare economie di denaro e di terreno. Senza questa soluzione, moltissime piccole imprese non sarebbero mai riuscite, individualmente, ad ottenere i terreni e ad avere il denaro sufficiente per costruirsi la propria officina o il proprio laboratorio.

Quindi la Cna può affermare, orgogliosamente, di aver “dato casa” a centinaia di imprese bolzanine (oltre 250 per una media di 4 dipendenti per impresa per un totale di circa 1.000 dipendenti) in 12 stabilimenti consortili.

È un metodo sorpassato, non più adatto alle piccole imprese? La Cna è convinta di no, anzi, ma va cambiato il sistema. «La crisi attuale ci obbliga di ripensarlo insieme con l'amministrazione pubblica e gli istituti di credito.

CNA-SHV nuovamente per prima lancia un allarme sulla necessità di offrire maggiori garanzie alle imprese più piccole che, in momento di crisi, rischiano di avere due problemi: il primo mandare avanti le loro aziende, il secondo non esser causa del fallimento di un consorzio che permette ad altri di costruire il proprio stabilimento.

«Purtroppo, negli ultimi 5 anni la crisi ha colpito duro le piccole imprese che si sono ritrovate più povere e con meno risorse economiche da investire in un insediamento produttivo», sottolinea Corrarati. Così molti hanno dovuto rinunciare a dei progetti che comunque erano già avanzati, lasciando i problemi economici sulle spalle di chi, invece, aveva proseguito nell'investimento e che ora ha certamente difficoltà ad assorbire anche ciò che rimane invenduto. «Per chiarire, non esistono “buchi” finanziari, che danno l'idea che qualcuno abbia gestito male i soldi o addirittura li abbia sottratti, ma c'è una forte mancanza di liquidità generata, appunto, da quelle parti di edificio rimaste invendute. I bilanci sono solidi. Esiste un patrimonio costruito ma invenduto, vero problema per i consorzi di oggi, ma anche potenzialmente per consorzi del domani», ancora Corrarati.

La Cna ha chiesto alla politica risposte veloci, che però non ci sono state. Per non parlare degli istituti di credito, ai quali è stata chiesta una mediazione ma non sempre hanno condiviso il problema. Come Cna si propongono delle soluzioni di emergenza, ad esempio, liberare dai vincoli queste aree, per renderle attrattive commercialmente e permettere ai consorziati di trovare altre forme commerciali di rientro dei costi; verificare se realmente non sia possibile far occupare gli spazi invenduti da aziende private o pubbliche.

«Vi sono casi, anche a Bolzano, dove in edifici costituiti e non occupati da privati, si è trovato alla fine e “miracolosamente” una soluzione insediativa pubblica che è andata a coprire quegli spazi, aiutando di fatto il costruttore; permettere di affittare anche ad attività non prettamente artigianali; aiutare, con una contribuzione straordinaria sui tassi bancari fino alla vendita degli spazi liberi», chiude Corrarati.