BOLZANO. «È stata una doccia gelida. Si sapeva che la "lettera" sarebbe arrivata, nessuno però si aspettava dazi al 30% sui prodotti europei. Adesso dobbiamo mantenere la calma e agire su tre fronti. Trattare; continuare a trattare come Unione europea con il presidente Donald Trump. E poi stringere accordi con nuovi mercati. Non basta: l'Ue deve assolutamente riportare al centro della propria azione l'industria quale sinonimo di crescita e sviluppo tecnologico». Chi parla è Stefan Pan - industriale bolzanino, vicepresidente per l'Unione Europea di Confindustria nonché vice presidente di Business Europe - che solo pochi giorni fa ha partecipato a Roma al vertice italo-francese con Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, Adolfo Urso, ministro dello sviluppo economico.

Realisticamente davanti alla mazzata dei dazi che dovrebbero scattare dal primo agosto, l'Europa cosa può fare?

Partendo dal presupposto che i dazi fanno male a tutti, a noi ma anche all'America di Trump, dobbiamo restare uniti e mettere sul tavolo tutto il nostro peso economico e commerciale. È importante mantenere i nervi saldi, abituandoci a quello che è il modus operandi dell'attuale amministrazione americana. Non abbiamo alternative.

L'Europa è il primo partner commerciale degli Stati Uniti.

L'interscambio tra noi e loro vale 1.600 miliardi l'anno. Il volume del giro d'affari, senza barriere, in questi anni è quasi raddoppiato.

Trump sostiene che c'è una grande differenza tra ciò che noi esportiamo e quello che loro importano in Europa. I dazi dovrebbero servire a "riequilibrare" questa situazione.

Noi vendiamo negli States soprattutto beni; loro nei Paesi europei esportano più servizi. Mettendo tutto sul piatto della bilancia, la differenza a favore dell'Ue è di circa 50 miliardi, si parla di un 3%.

Secondo qualcuno, l'Ue potrebbe rispondere applicando a sua volta altri dazi.

Nessuno vuole seguire questa strada. Sarebbe troppo pericolosa. Nella guerra dei dazi alla fine non ci sono vincitori ma solo sconfitti.

Secondo lei, realisticamente, c'è ancora tempo, per trattare?

Ne sono certo: i prossimi giorni saranno decisivi. Noi italiani ne siamo più convinti che mai. Gli Stati Uniti per le nostre aziende valgono il 10% dell'export. Dazi anche "solo" al 10% avrebbero ripercussioni drammatiche. Si è calcolato che significherebbe perdere 20 miliardi di export e circa 100 mila posti di lavoro. Anche perché oltre ai dazi a pesare ci sarebbe la svalutazione del dollaro che metterebbe in crisi molti dei nostri settori industriali. Al 30% sarebbe una vera e propria catastrofe per la nostra economia.

Le ripercussioni per le aziende altoatesine che esportano in America?Purtroppo le stesse che si registrerebbero nel resto del Paese. Nel 2024 le esportazioni altoatesine in America hanno raggiunto i 511 milioni (pari al 7% del totale dall'Alto Adige). Noi esportiamo soprattutto alimentari, vino, apparecchiature elettroniche, macchinari.

Si tratta con l'amministrazione Trump, ma contemporaneamente si cercano altri mercati.

È quello che stiamo facendo come Europa. Ci si prepara a stringere accordi importanti con altri Paesi per ridurre rapidamente la dipendenza dall'America. In questa direzione va la ratifica dell'accordo Ue-Mercosur con i Paesi dell'America del sud: Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Una potenzialità, quella del Mercosur, che potrebbe andare a colmare in gran parte la perdita di 20 miliardi di export derivante dai dazi Usa. Con quei Paesi, in particolare l'Italia, ha una serie di affinità che vale la pena sfruttare. Poi si sta guardando con sempre maggior interesse anche a India, Indonesia e Australia. Si cercano dunque nuovi mercati, per diversificare sempre più i rapporti commerciali. Ma come Ue dobbiamo anche ripartire da quello è sempre stato un nostro punto di forza.

Che sarebbe?

Il settore industriale.

Perché usare il verbo "ripartire"?

Perché nell'ultimo decennio, all'interno dell'Unione europea, si è puntato più sui servizi. Ma oggi abbiamo capito che è dal settore industriale che arriva la spinta decisiva per la crescita economica e sociale; lo sviluppo tecnologico di un Paese. L'importante è che l'industria non sia appesantita da troppi vincoli e da un eccesso di burocrazia.

Cosa la preoccupa di più in questo momento?

L'incertezza. Questa è la condizione peggiore in cui operare come imprenditori. Con Trump è come essere sulle montagne russe: è un'alternanza di annunci, marce indietro e poi di nuovo proclami. Purtroppo - lo ripeto - dobbiamo tenere i nervi saldi e continuare a trattare. In questo momento si sta lavorando molto a Bruxelles per trovare assieme una via d'uscita. Gli incontri - in particolare in questi giorni - si susseguono. Anche nella convinzione che da soli non si va da nessuna parte.

Come valuta il lavoro che sta facendo la premier Giorgia Meloni?

Sta lavorando per costruire ponti. Ha dimostrato con il suo impegno di mettere al centro l'unità europea.