BOLZANO. Alla Oberalp anche i cartelloni pubblicitari entrano nella fabbrica della salute. Fatto il loro lavoro, vengono trasformati in borse. Tanto per non lasciare niente in giro. Ma anche i residui di lavorazione, come le pelli per lo scialpinismo in eccesso, entrano presto nella loro nuova vita di cinture. E il cotone che resta dopo essere stato trasformato in maglietta, diventa giacca. Insomma, non si butta via niente. «È l'economia circolare» dice sorridendo Christoph Engl, nuovo ad da sette mesi. La quale economia si è fatta sostenibile e proprio per il fatto di non sprecare produce fatturato. Così, un “vizio” della famiglia Oberrauch (rispetto delle persone e sostenibilità dei prodotti), è diventato uno stile, parte stessa del marchio. «Chi ci sceglie, sa che la gente che lavora per produrre i nostri capi sta bene, non soffre» aggiunge Ruth Oberrauch, figlia di Heiner, sesta generazione, l'ultima a salire la torre Salewa. Che ha dato ieri anche una notizia presentando il «Sustenaibility report 2017»: per la seconda volta l'organizzazione “terza” di monitoraggio Fwf ha riconosciuto al gruppo bolzanino lo status di “leader”.

Tradotto: Oberalp è laureata in ecologia e ecocompatibilità. Tanto che, altra notizia, il 97% del volume di produzione tessile è stato accertato come prodotto in condizioni di lavoro etiche e sicure. Difficile essere messi sotto esame da una giuria così. Ancor più oggi, in un mondo di usa e getta e in cui la concorrenza sul prezzo è ansiogena per ogni board industriale. E ancor più per un gruppo come Oberalp che ha 117 fabbriche sparse in 75 paesi diversi. I quali, spesso, sono situati in mondi ( come l'Asia o il Sudamerica) in cui a volte i governi non garantiscono elevati standard di rispetto delle persone. Ma da Bolzano lo si pretende. E si è scelto di farsi esaminare, caso per caso.

Un monitoraggio che segue la produzione ovunque si attui, per garantire buoni ambienti di lavoro, rispetto degli operai, orari e paghe adeguate. Una delocalizzazione? Sì, ma virtuosa. «Oggi le maestranze si trovano ovunque vi sia una tradizione di trattamento di quel tipo di materiale tessile - spiegano Engl e Ruth Oberrauch - per cui non andiamo dove spendiamo meno in termini di mano d'opera ma dove la troviamo con competenze legate, magari, proprio alla tradizione di quei luoghi». Questa sensibilità ha fatto sì che in azienda si creasse un apposito team di quattro persone che si occupa solo della sostenibilità in questo quadro di criteri stringenti: una esperta nei diritti dei lavoratori, un'altra nella gestione delle sostanze chimiche , poi nella catena di fornitura e infine nella gestione ambientale.

«L'attenzione per le persone che lavorano in Oberalp diventa poi attenzione per il prodotto e quindi per le persone che lo acquistano». È questa la filiera verde. Tanto da annunciare un prossimo "black friday" con uno sconto particolare: un 20% su ogni capo che non andrà all'azienda ma in beneficenza. Un nuovo fronte è stato aperto per i capi in microplastica, una ulteriore sfida per l'uso dei Pfc nei prodotti outdoor, studiando meglio la possibile biodegradabilità di materiali che, peraltro, già garantiscono una buona traspirazione.«Poi, nel processo di riciclo - aggiunge Marie Mawe -, sempre ragionando sull'uso responsabile delle risorse, abbiamo provato a trasformare i residui anche in oggetti di design». Mentre i marchi del gruppo, Salewa, Dynafit, Pomoca e Wild Country testano la possibilità di salire ancora ulteriori gradini nella percentuale di prodotti ad alta eticità. Tutto questo, quando fuori, all'aperto, continua a produrre frutta e verdura l'orto "etico" di famiglia. Dove giovani migranti hanno l'occasione di lavorare e di vendere, spesso anche ai 250 dipendenti Oberalp di Bolzano, il frutto del loro impegno orticolo.

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