BOLZANO. Lo scandalo dei Fondi Fse come variante del «sistema Alto Adige». Un «intreccio di amministrazione, politica, istituzioni e privati». Dure come una requisitoria in tribunale, sono arrivate ieri in consiglio provinciale le relazioni di minoranza sulla commissione di inchiesta sul Fondo sociale europeo, la vicenda che vede 660 progetti, per un totale di 98 milioni di euro, sotto i riflettori della Commissione europea per irregolarità. Una parte dei fondi è destinata a essere cancellata. Coinvolti 476 enti privati e 190 enti pubblici. A una situazione ancora così complessa, si è aggiunta l’ennesima complicazione: il direttore della ripartizione Europa Graziano Molon, in carica solo dal 2014, si è dimesso. Ha lasciato a inizio mese la Provincia per un incarico nel settore privato. Via dalla «mission impossible»? Tre le relazioni lette in aula ieri. Quella della presidente Elena Artioli (Team A), votata dalla sola Svp (presentata sul giornale nelle scorse settimane, e due delle opposizioni, una firmata da Andreas Pöder e la seconda da Hans Heiss, Pius Leitner e Paul Köllensperger. Le minoranze hanno contestato a Elena Artioli una relazione proiettata «più sulle soluzioni sul futuro che sulla ricerca delle responsabilità politiche». Ne è seguita una polemica tra Artioli, Heiss, Leitner e Köllensperger. Pöder nella relazione ha parlato di «drammatica situazione odierna», provocata dalla «gestione disinvolta della precedente giunta provinciale». Ma, accusa il consigliere di BürgerUnion, non tutti patiscono le conseguenze allo stesso modo: «Alcune cooperative rosse vicine al Pd e i grandi beneficiari - Bauernbund, Kvw, - ottengono i pagamenti intermedi prima dei piccoli». Implacabile la relazione di Heiss, Leitner e Köllensperger, che ipotizzano illeciti penali: «Quanto successo attorno al Fse costituisce un caso esemplare, che evidenzia una situazione destinata a collassare, un disastro preparatosi negli anni, in cui gli errori e i difetti strutturali, il sovraccarico, gli errori individuali e le truffe si sono man mano accumulati e ingigantiti, formando un'onda che ha travolto tutto». Indimenticabili i corsi di meditazione finanziati dal Fse. I tre consiglieri accusano Elena Artioli di mancanza di obiettività. Ha «trattato con i guanti» Barbara Repetto, «per più di due decenni responsabile del Fse», contestano, «mentre è stata implacabile» con la direttrice dell’ufficio Fse Judith Notdurfter e l’ex direttore di ripartizione Thomas Mathà. La lunga relazione ricostruisce la stagione Fse dal 1986. La sensazione è che fino all’intervento della Commissione europea, sottolineano i consiglieri, il Fse sia stato usato come «bancomat, con il benestare della politica» da enti privati, associazioni e formazione professionale italiana. È stata riscontrata «una gestione negligente di numerosi registri dei corsi finanziati dal Fse, in cui la presenza dei partecipanti e l’attività svolta venivano indicati in modo frammentario». Sono emersi casi di «omessa indicazione delle quote che alcuni organizzatori chiedevano ai partecipanti», che avrebbero dovute essere detratte dal contributo Fse: procedura per la quale 36 progetti sono stati denunciati alla Corte dei Conti. Tutto questo è saltato, ipotizza la relazione, quando «l’abitudine altoatesina di procedere in modo poco burocratico è entrata in contrasto con una maggiore burocratizzazione delle regole». Il presidente Kompatscher ha ricordato che sono stati esaminati 500 progetti su 600, «ma molti presentano carenze». Con l’Ue è stato concordato «quali difetti sono trascurabili, per salvare il salvabile».

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