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Che si può vedere all’orizzonte se l’Alto Adige guarda al suo futuro? “Tante potenzialità ma…”. E il ma? “Ci sono molti nodi da sciogliere. Siamo un territorio forte ma un futuro che tenga insieme sviluppo e tenuta deve avere il coraggio di guardare ai propri limiti”. E, per Angelo Gennaccaro, partire proprio da lì. Senza far finta che sia tutto rose e fiori. Lo dice un assessore regionale. Con sguardo all’integrazione europea e alle minoranze. Ma viene da competenze comunali molto proiettate ai giovani. E dunque al futuro possibile, tra innovazione, Smart city e personale.
E i limiti?
Partiamo dall’osservare, tutto intorno e senza nessuna eccezione, la presenza di un costo della vita molto elevato. Troppo.
Che si trascina quali conseguenze?
La prima prezzi delle case fuori portata per molti giovani. E non solo. Ma sono i giovani quelli che garantiscono il futuro.
Nel senso che risulta in prospettiva sempre più difficile trattenerli qui dopo la formazione?
Questo in molti casi è evidente. Così che, anche sul terreno della competitività di sistema esiste una notevole difficoltà oggi reperire personale. Da aggiungere, a proposito di settori produttivi, una burocrazia sempre percepita come complessa.
In ogni caso sembra emergere che il nodo resta la casa no?
Non possiamo parlare di futuro senza affrontare il tema dell’accesso ad una abitazione. Se un giovane lavora ma non riesce a permettersi un affitto, il sistema non è pienamente equilibrato.
Con quali rischi?
Che il nostro territorio diventi attrattivo per investimenti, ma meno accessibile per chi ci vive.
Così che la sfida al carovita è strutturale?
È il nodo. Il successo economico di un territorio può paradossalmente generare nuove disuguaglianze. Il nostro compito è evitare che accada.
Cosa vede come snodi per scongiurare tutto questo?
Più edilizia abitativa per residenti, forzare sulle politiche per giovani coppie. Trovare, e questo è sempre più strategico, un equilibrio tra sviluppo turistico e bisogni locali. Condendo con incentivi per chi lavora sul territorio.
Alla fine che tipo di crescita dovremo immaginarci?
Crescita sì, ma inclusiva. Con al centro i giovani: trattenerli significa dare prospettive vere.
Scelte più incisive a questo proposito, più, cioè di quanto è stato fatto finora?
Sì, più decise: non basta dire ai giovani di restare. Dobbiamo dare loro motivi concreti per farlo.
Superando quali nodi? Nel senso: quali sono gli ostacoli sul terreno?
I salari iniziali che oggi non sempre sono adeguati al costo della vita. E ancora, difficoltà di accesso al credito, condito dal timore di non trovare opportunità adeguate alle competenze.
Bene, ma esistono da mettere in gioco anche possibili visioni positive?
Guardo alle startup locali, che già adesso sono in grado di creare intorno a sé un ecosistema innovativo.
Sono il terreno di coltura per garantire un futuro non effimero?
Lo sono in assoluto. Insieme a un collegamento sempre più stretto università–imprese. Altro elemento si svolta per unisce innovazione e capacità produttiva. E così che nascono gli incentivi per il rientro dei talenti.
Non bastano i proclami insomma.
Il futuro non si costruisce trattenendo i giovani con le parole, ma con opportunità reali.
Poi c’è la società nel suo insieme però…
Certo. Dunque innovazione sì, ma con equilibrio sociale. È importante evitare una sorta di entusiasmo cieco. L’innovazione, infatti, non significa solo tecnologia, importantissima, ma anche innovazione sociale.
Che si traduce?
In possibile welfare territoriale. Fatto di conciliazione lavoro-famiglia, più servizi nei piccoli comuni, una digitalizzazione che semplifica la vita.
Per dire cosa?
Che un progresso che non migliora la qualità della vita non è vero progresso. Questo dà profondità all’innovazione. C’è chi si guarda intorno e vede un territorio solo per redditi alti. Una deriva da far invertire. Con i giovani costretti ad andarsene si installa una polarizzazione tra chi può permettersi un certo stile di vita e chi no, con il rischio di una eccessiva dipendenza da pochi settori. Come il turismo.
La vera sfida è mantenere dunque l’Alto Adige dinamico ma coeso?
Assolutamente. Guardare al futuro significa riconoscere le difficoltà, dal caro vita alla casa, dalle nuove fragilità sociali alle sfide del mercato globale. Tuttavia vuol dire anche credere nella nostra capacità di affrontarle insieme. L’Alto Adige ha dimostrato più volte di sapersi adattare e innovare. Se sapremo unire crescita economica, sostenibilità e accessibilità sociale, potremo offrire ai nostri giovani non solo un territorio prospero, ma un territorio giusto. (p.ca.)

