Se uno arriva al lavoro in bici, alla Sportler gli danno un rimborso al chilometro. E non è finita: “Regaliamo una giornata lavorativa se la si impiega a fare sport”, dice Jakob Oberrauch. Viene da pensare: ma perché? La ragione di tutto questo guarda lontano. Se c’è la salute si sta meglio insieme, se la si supporta con pratiche sane, in fondo, anche l’azienda risparmia, con le anime e coi corpi. Lui è la nuova generazione della famiglia che si è inventata un nuovo modo di coniugare affari e sguardo al pianeta che vada oltre l’ordinario. E’ stato suo papà Georg ad aprire la strada. Si è detto: se io vendo sport è giusto che lo osservi a 360 gradi, non solo abbigliamento, attrezzi, ma stile di vita. Più che stile, tenerlo dentro come parte dell’esistenza. E visto che la nostra, di vita, è strettamente legata all’aria che respiriamo e a come trattiamo terra e animali che la abitano ecco che la scelta green di Sportler è diventato elemento connotante tutto il sistema di quella che oggi è diventata una holding. Di cui Jakob Oberrauch e ceo. Oggi che molti stanno a raccontarsela con la sostenibilità, che finalmente è diventata uno degli elementi fondanti dello sviluppo economico, c’è un’azienda che è partita quando tutto questo era un mondo ancora da esplorare nei suoi rapporti con la gestione di una impresa.

Siete in tanti oggi, Jakob Oberrauch?
In tutto almeno 1400. Divisi tra in rami delle nostre imprese.

Perché fin dall’inizio questa scelta dove la sostenibilità entra un po’ da tutte le parti?
Una scelta che parte da lontano. Certo, essere un’azienda famigliare, ci ha consentito di mantenere una certa coerenza di fondo.

Perché essere famiglia conduce a questo?
La ragione è che si discute insieme. E cos’è si fa una cosa questa non viene mai imposta.

E lei?
Da ragazzo volevo fare il prete.

Sul serio?
Certo, poi una serie di circostanze mi hanno fatto dire che forse ad alcune scelte drastiche di vita non ero ancora preparato. È allora che ho iniziato a occuparmi di tessuti e di quello che riguarda il confezionamento.

Vuol dire che la virata green è una questione che respirava fin da ragazzo?
Intendo proprio questo. E condurre un’azienda che ha una tradizione anche intima, famigliare, delle questioni che riguardano la qualità dell’aria, il riciclo, la sostenibilità è importante. Direi decisivo. Perché non ci sono scarti generazionali vistosi.
A proposito di riciclo, questo aspetto ora è entrato prepotentemente da Sportler no?
In effetti abbiamo preso a valutare i capi per la loro capacità di reggere il tempo che passa. Al punto che adesso selezioniamo capi usati e, se passano il controllo di qualità, possiamo rimetterli sul mercato. Ovviamente modulando il loro prezzo.

Una scelta di questo tipo incide anche sulla produzione?
Si è da tempo avviato un processo che si potrebbe chiamare di lunga vita per i prodotti. Si prova sempre a non elaborare linee usa e getta ma a guardare ai capi come a qualcosa che si tiene in vita, che ci accompagni lungo anni in cui ce li possiamo godere. Anche questa idea del riciclo viene dalla certezza che, se si può, poco o nulla dovrebbe essere gettato.

È il principio dell’economia circolare?
Il nostro. Da anni tentiamo di allontanarci da questa immagine dell’economia verticale dove tutto viene prodotto e gettato appena si può perché va sostituito con nuovi prodotti. È la ragione per la quale, da mio padre a me, si sono disegnati dei pilastri sui quali far poggiare tutta la nostra filosofia aziendale.

Ad esempio?
Dotarci di strumenti in cui possiamo misurare con certezza il nostro impatto sul riscaldamento globale. È dal 2020 che monitoriamo le emissioni di co2, ma anche quelle indirette attraverso le misurazioni di un istituto che certifica questo possibile percorso di attenuazione dell’impatto prodotto dalle nostre attività. E osserviamo con attenzione i dati dell’accordo di Parigi sul clima.

Altro pilastro?
La cultura dello sport. E della relazione. Non abbiamo dipendenti, siamo una comunità. Ed è per questo che si sono elaborati meccanismi appositi, come i rimborsi chilometrici per chi sceglie di venire a lavorare in bici, oppure donare una giornata a chi la impiega facendo sport invece di venire in azienda.

Il riciclaggio?
Un passaggio che riteniamo essenziale. E che costituisce lo snodo strategico di una economia realmente circolare.

Si inserisce qui il programma “second hand”?
È uno dei fulcri. Prolungare la vita di un prodotto significa meno emissioni, più rispetto per l’ambiente, misurare i consumi, lavorare in azienda per creare capi che durino nel tempo e che possa poi, una volta passati di mano, restare utili per un’altra persona che, magari, voleva spendere meno per quella giacca o quel pantalone.

Risultati?
Ottimi.