Superare il termine "prediabete", una condizione spesso sottovalutata perché non percepita come una vera malattia, e introdurre al suo posto una classificazione in stadi del diabete di tipo 2. È questa la proposta, rilanciata di recente in un dibattito sulle pagine di "The Lancet Diabetes & Endocrinology", che potrebbe rivoluzionare prevenzione, diagnosi e trattamento della patologia. A riportare l'attenzione sul tema è la Società Italiana di Diabetologia, che ricorda come attorno al "prediabete" esista ancora un vuoto di linee guida regolatorie per l'approvazione dei farmaci.
    Introdotto per identificare una condizione intermedia, una sorta di "limbo" tra normalità glicemica e diabete, il termine "prediabete", coniato nel 2011 dall'American Diabetes Association, nasceva con l'obiettivo di stimolare interventi correttivi sullo stile di vita. Tuttavia, le evidenze mostrano che questa condizione è già associata a un aumento significativo del rischio di malattie cardiovascolari, insufficienza renale cronica, demenza precoce e di alcuni tipi di tumori. "Definire questa fase come 'pre' rischia dunque di banalizzarne l'importanza e di ritardare gli interventi di riduzione del rischio", spiega Raffaella Buzzetti, presidente della Sid.
    La nuova proposta di classificazione, avanzata da esperti della diabetologia mondiale, descrive il diabete di tipo 2 come un processo continuo, legato al progressivo declino della funzione delle cellule produttrici di insulina e all'aumento della resistenza insulinica. In questo contesto vengono identificati tre stadi. Lo stadio 1 include soggetti con glicemia ancora nei limiti normali, ma con un rischio aumentato di sviluppare disglicemia. Lo stadio 2 comprende soggetti con alterazioni glicemiche, oggi definite "prediabete", ed è a sua volta suddiviso in progressione lenta (stadio 2a) e rapida (stadio 2b). Lo stadio 3 include invece i soggetti con diabete conclamato.
    "Riconoscere gli stadi iniziali come parte della malattia significa poter intervenire precocemente, con modifiche importanti dello stile di vita, come l'aumento dell'attività fisica e una dieta adeguata - sottolinea Buzzetti - e consente di personalizzare l'intensità degli interventi, evitando sia l'eccesso di trattamento, soprattutto negli anziani, sia il sotto-trattamento nei giovani".