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(ANSA) - ROMA, 27 FEB - Alla luce di un dibattito pubblico spesso confuso, con termini usati in modo impreciso o errato "è nostro dovere fare ogni sforzo perché non si spezzi la catena di fiducia e solidarietà alla base del Servizio sanitario nazionale e della straordinaria impresa clinica e sociale costituita dai trapianti". Lo dichiara la presidente della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti), Elena Bignami, in relazione alla vicenda del piccolo Domenico, il bambino di Napoli al quale è stato trapiantato un cuore deteriorato.
Alla luce dell'interesse pubblico suscitato dalla vicenda, la Siaarti ritiene necessario far chiarezza su alcune questioni, tra cui l'uso dell'Ecmo, la proporzionalità delle cure e l'integrazione precoce delle cure palliative. In primo luogo, rileva la società scientifica, l'Ecmo è una macchina che svolge temporaneamente le funzioni del cuore e dei polmoni e non una cura in senso stretto. Quando questo trattamento non può più portare a nessun miglioramento, continuare a usarlo non aiuta il paziente ma può prolungarne la sofferenza. In questi casi, la medicina e la legge italiana (Legge 219/2017) inidicano l'opportunità di sospenderlo.
"La morte, in questi casi, non è causata dalla sospensione della macchina ma dalla malattia. La macchina non stava guarendo il bambino, stava tenendo in vita le sue funzioni vitali in attesa di una guarigione che, purtroppo, non era più possibile", aggiunge Bignami.
Alberto Giannini, responsabile del comitato etico della Siaarti, rileva che "sospendere un trattamento di supporto vitale non significa abbandonare una persona. Significa ridefinire l'obiettivo delle cure: garantire che la persona non soffra e venga assistita con rispetto e dignità".
A questo proposito, la Siaarti sottolinea che esiste un altro equivoco molto diffuso: l'idea che le cure palliative siano qualcosa che arriva dopo, quando non c'è più niente da fare, come alternativa alle cure 'vere', quando in realtà sono una loro integrazione. Queste garantiscono che la persona non soffra, né fisicamente né psicologicamente, in ogni momento della malattia. "Serve un cambiamento culturale - conclude Bignami - che porti a integrarle in tutte le attività di assistenza, nel modo più tempestivo e precoce possibile".
(ANSA).


