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ROMA. La chirurgia italiana rischia una grave crisi di personale nei prossimi cinque anni. Oltre la metà dei chirurghi ospedalieri ha più di 60 anni e le nuove generazioni mostrano sempre meno interesse per questa specializzazione. Il risultato potrebbe essere una crescente difficoltà nell'accesso alle sale operatorie, con ripercussioni su circa un intervento di chirurgia generale ogni dieci. A lanciare l'allarme è la Società italiana di chirurgia, riunita a Roma per il suo 128° congresso nazionale.
I numeri confermano la difficoltà di trovare nuovi specialisti. Nel 2026 sono rimasti scoperti 193 posti di specializzazione su 646, pari al 30% del totale. A L'Aquila nessun contratto è stato assegnato, mentre a Udine e Genova quasi nove posti su dieci sono rimasti vacanti. A complicare la situazione contribuiscono gli abbandoni durante il percorso formativo e la scelta di lavorare all'estero o nel settore privato.
Secondo le stime illustrate dal presidente della società scientifica, Ludovico Docimo, entro il 2030 potrebbero lasciare gli ospedali circa 2.800 chirurghi, a fronte di meno di 1.300 giovani specialisti in arrivo. Il saldo negativo sarebbe quindi di circa 1.500 professionisti. Una prospettiva preoccupante considerando che ogni anno in Italia vengono eseguiti 650mila interventi di chirurgia generale e che la domanda di prestazioni chirurgiche potrebbe aumentare del 12%.
Alla base della fuga dalla professione ci sono turni massacranti, retribuzioni considerate insufficienti, aggressioni e contenziosi giudiziari. Negli ultimi dieci anni i procedimenti medico-legali sarebbero aumentati del 150%. La Società italiana di chirurgia chiede maggiori garanzie giuridiche, incentivi economici e investimenti tecnologici. Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha ricordato l'impegno per uno scudo penale stabile e lo stanziamento di 120 milioni di euro annui destinati alle specializzazioni meno attrattive.


