(ANSA) - ROMA, 27 LUG - La sola terapia anticoagulante potrebbe non essere sufficiente a ridurre il rischio di declino cognitivo nei pazienti anziani con fibrillazione atriale, suggerendo che alla prevenzione del rischio tromboembolico debbano affiancarsi il controllo dei fattori di rischio vascolare e uno screening cognitivo sistematico. È quanto emerge dallo studio Strat-Af, condotto dall'Istituto di neuroscienze del Cnr, dall'Azienda ospedaliero-universitaria Careggi e dall'Università di Firenze, il primo al mondo a stimare l'incidenza del declino cognitivo negli anziani con fibrillazione atriale in terapia anticoagulante orale. Il lavoro, pubblicato su Ep Europace, conferma il ruolo delle comorbidità vascolari come principali fattori di rischio e dell'istruzione come fattore protettivo.
    "Abbiamo seguito per circa due anni 140 pazienti ultra65enni con fibrillazione atriale, in trattamento con anticoagulanti e cognitivamente normali all'ingresso nello studio, sottoponendoli a una valutazione neuropsicologica completa al basale e nel corso del follow-up - spiega Antonio Di Carlo, ricercatore dell'Istituto di neuroscienze del Cnr (Cnr-In) -. Nel periodo di osservazione, 30 pazienti hanno sviluppato deterioramento cognitivo con un'incidenza stimata di circa 14 casi all'anno ogni 100 persone seguite: un valore all'incirca doppio rispetto a quello osservato nella popolazione anziana generale. Abbiamo inoltre riscontrato che, anche nei pazienti anziani con fibrillazione atriale in terapia anticoagulante, la presenza di cardiopatia coronarica, un precedente ictus e il diabete aumentano significativamente il rischio di declino cognitivo. Al contrario, un livello di istruzione più elevato e migliori prestazioni cognitive all'inizio dello studio si sono confermati fattori protettivi".
    Per Costanza Parenti, ricercatrice Cnr-In, queste rilevazioni "suggeriscono che i meccanismi alla base del legame tra fibrillazione atriale e declino cognitivo vadano oltre la sola prevenzione del rischio tromboembolico, e chiama in causa fenomeni come l'ipoperfusione cronica e l'infiammazione". "I risultati dovranno essere confermati da studi multicentrici su casistiche più ampie, ma la stima rappresenta uno strumento importante per programmare percorsi mirati", conclude Di Carlo.
    (ANSA).