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(ANSA) - ROMA, 04 NOV - La capacità di recuperare dopo un ictus potrebbe essere legata a un fattore finora considerato un elemento di "disturbo", cioè alla variabilità con cui il cervello, dopo l'ictus, risponde a stimoli identici. È quanto ha scoperto un gruppo di ricercatori dell'Irccs San Raffaele Roma in un studio pubblicato sulla rivista Stroke.
Ogni anno in Italia circa 100 mila persone sono colpite da un ictus cerebrale e oltre 1 milione vi convivono, con le sue conseguenze. Tra chi sopravvive, tre persone su quattro presentano una qualche forma di disabilità, ma, a parità di lesioni, non tutte le persone recuperano allo stesso modo.
La ricerca ha indagato quali sono gli elementi che influenzano questa variabilità studiando 77 persone colpite da un ictus e sottoponendole a esami subito dopo l'evento e dopo un percorso di riabilitazione. Attraverso la stimolazione magnetica transcranica, una tecnica indolore e non invasiva, il team ha osservato la risposta delle vie nervose che dal cervello controllano i muscoli della mano, focalizzandosi, oltre che sui parametri tradizionali, su un elemento finora trascurato dalla ricerca: quanto quella risposta cambia in ampiezza e forma da uno stimolo al successivo. Proprio questo parametro si è rivelato decisivo: le persone che nelle prime settimane dopo l'ictus presentavano risposte cerebrali più variabili hanno successivamente recuperato una quota maggiore del movimento.
"Un cervello che riesce a produrre risposte differenti a stimoli identici successivi sembra conservare un repertorio più ampio di circuiti nervosi utilizzabili per riorganizzarsi dopo la lesione determinata dall'ictus.", spiega il primo firmatario dello studio Lorenzo Nucci. "In prospettiva, significa provare a capire non soltanto quanto danno c'è stato, ma quanta capacità di recupero è ancora disponibile".
Lo studio ha inoltre evidenziato che, pur essendo strutturalmente integro, anche l'emisfero non colpito dall'ictus mostra cambiamenti nella risposta del segnale nervoso.
"Oggi sappiamo intervenire sempre meglio nella fase acuta dell'ictus, ma la grande frontiera successiva è capire che cosa accadrà dopo", sottolinea Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione. Due persone possono presentare quadri clinici apparentemente simili, ma seguire invece traiettorie di recupero molto diverse, aggiunge Rossini. "Poter identificare già nelle prime settimane dopo un ictus non soltanto il danno, ma anche la riserva funzionale del cervello potrebbe cambiare profondamente il modo in cui programmiamo la riabilitazione. L'obiettivo non è prevedere il futuro con una formula matematica, ma disporre di strumenti sempre più affidabili per offrire a ciascuno il percorso più appropriato", conclude. (ANSA).


