L'Italia in prima linea negli studi clinici in oncologia: sono 1.100 quelli attivi, con oltre 6.650 malati reclutati nel solo 2025 per 184 sperimentazioni. Ed il ruolo dei pazienti diventa sempre più centrale, mentre si punta alle nuove tecnologie per ottenere un maggiore coinvolgimento e adesione ricorrendo a strumenti digitali come l’E-Recruitment, i trial decentralizzati e l’IA. È quanto emerge dal Working Paper 'Protagonista della Ricerca. Il Paziente al centro dei trial in oncologia ed emato-oncologia', realizzato da TEHA, società del Gruppo The European House – Ambrosetti, con il contributo non condizionante di Amgen, e presentato oggi da esperti e clinici.

   Secondo i dati del Sistema Informativo sui Trial Clinici europeo, oggi, in Italia, sono in corso 1.103 studi clinici su tumori solidi e del sangue che confermano il nostro Paese tra i più avanzati per qualità e quantità degli studi. L’attività di ricerca non risulta però distribuita in maniera omogena sul territorio. L’84% delle sperimentazioni coinvolge almeno un centro attivo in Lombardia, mentre la Campania è la prima Regione del Mezzogiorno (41%) preceduta da Emilia-Romagna (56%) e Lazio (46%). Più dell’80% di tutti gli studi rientra nell’ambito dei tumori solidi: in particolare, il 40% riguarda i carcinomi del polmone, della mammella, del colon-retto e della prostata. Il 19%, di tutti gli studi, è dedicato invece alle neoplasie del sangue (di questi il 34% è sui linfomi non-Hodgkin, il 28% sulle leucemie e il 23% sui mielomi). Il 74% degli studi è sponsorizzato dalle aziende farmaceutiche. Tra quelli no profit, il 56% è supportato da strutture sanitarie, il 24% da associazioni e fondazioni e solo il 20% da università e centri di ricerca. I 184 trial oncologici, avviati in Italia nel 2025, hanno coinvolto in totale 6.657 pazienti. 

   "Le analisi evidenziano che stiamo ottenendo risultati importanti pur di fronte a molte difficoltà. Basti pensare che un centro oncologico su dieci non riesce ad arruolare nemmeno un paziente. Il 40% non raggiunge gli obiettivi di reclutamento iniziali e circa la metà dei partecipanti arruolati abbandona lo studio clinico prima del suo completamento - afferma Rossana Bubbico di TEHA Group -. Le nuove sfide della ricerca clinica riguardano soprattutto la capacità di aumentare il numero di pazienti coinvolti e favorire una partecipazione più attiva e consapevole lungo l’intero percorso di sperimentazione, a fianco dei medici e del sistema. In questa direzione è fondamentale rafforzare strumenti come l’e-recruitment e promuovere i trial clinici decentralizzati, che grazie alle tecnologie digitali permettono di svolgere alcune procedure a distanza. Anche l’IA può contribuire a semplificare i processi, ridurre la burocrazia e migliorare la qualità dei dati raccolti”. Anche secondo Paolo Marchetti, presidente Fondazione per la Medicina Personalizzata, "stiamo vivendo un momento molto importante in cui la personalizzazione delle terapie sta diventando una realtà. Questo rende necessario un nuovo modo di costruire la ricerca".

Al centro devono però esserci i pazienti, sostengono le associazioni: "I diritti dei pazienti devono essere tutelati anche durante la partecipazione a una sperimentazione clinica - sostiene Elisabetta Iannelli, Segretario della Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (Favo) - Per aumentare il reclutamento negli studi servono comunicazione trasparente, informazioni chiare e un confronto aperto anche sugli effetti collaterali, che restano una barriera alla partecipazione. Una ricerca senza pazienti è più debole; una ricerca con i pazienti è più forte, più giusta e più capace di cambiare la vita delle persone”. Per questo, sottolinea Ruggero De Maria, presidente di Alleanza Contro il Cancro (Acc), "la centralità del paziente nella ricerca clinica non può più essere solo un principio etico: deve diventare una categoria scientifica. Oggi disponiamo di strumenti che permettono di raccogliere, accanto ai dati biologici e clinici tradizionali, segnali continui e quantitativi provenienti da dispositivi wearable avanzati e monitoraggio remoto. E domani, con lo sviluppo dell’esposomica, potremo integrare anche la misura sistematica delle esposizioni ambientali e comportamentali". È qui, cncliude, che la tecnologia "diventa davvero trasformativa: non perché sostituisce il medico, ma perché rende la ricerca più capace di cogliere la complessità biologica e umana della persona".