(ANSA) - ROMA, 15 OTT - L'obesità non è 'uguale' per tutti i bambini: la malattia può infatti dipendere non solo da un singolo gene, ma dall'interazione di più varianti genetiche. Lo rivela uno studio coordinato da Emanuele Miraglia del Giudice, ordinario di Pediatria all'Università della Campania Luigi Vanvitelli, presentato al congresso della Società Italiana dell'Obesità (Sio) in corso a Palermo. Un risultato che apre la strada a una comprensione più precisa della malattia e, in prospettiva, a percorsi diagnostici e terapeutici sempre più personalizzati.
    Due bambini possono dunque avere la stessa età, lo stesso peso e le stesse abitudini, eppure la loro obesità può seguire strade del tutto differenti. La risposta potrebbe essere nascosta in una trama genetica più complessa di quanto finora creduto. La ricerca, condotta da Giuseppina Rosaria Umano e basata sull'analisi del Dna di 400 bambini e adolescenti colpiti da obesità grave insorta in tenera età, getta una nuova luce su un fenomeno che nel nostro Paese ha dimensioni preoccupanti: secondo i dati più recenti della sorveglianza OKkio alla SALUTE dell'Istituto Superiore di Sanità, infatti, il 19% dei bambini italiani è in sovrappeso e il 9,8% convive con l'obesità (di cui il 2,6% in forma grave). Analizzando 79 geni legati al controllo del peso, i ricercatori hanno identificato varianti genetiche rare in oltre la metà dei giovani pazienti. Tra questi, circa due su dieci presentavano più di un'alterazione e, in circa un terzo dei casi valutabili, è emersa la presenza di vere e proprie 'squadre' di geni che lavorano insieme, sommano i loro effetti e modificano il rischio individuale. "Fino a oggi, quando si parlava di obesità di origine genetica, si pensava quasi sempre a un 'unico colpevole', ovvero una singola mutazione capace da sola di scatenare la malattia - spiega Silvio Buscemi, presidente Sio e ordinario di nutrizione clinica all'Università di Palermo -. La nuova ricerca ribalta questa visione tradizionale, mostrando un quadro molto più sfaccettato". In altre parole, in alcuni pazienti la predisposizione all'obesità potrebbe derivare non da un singolo difetto genetico, ma dall'azione combinata di un piccolo gruppo di geni, spiega Miraglia Del Giudice: "alterazioni che, prese singolarmente, possono avere un effetto modesto, ma che insieme potrebbero contribuire in modo significativo allo sviluppo della malattia". L'obesità non si può dunque valutare soltanto dal numero sulla bilancia. "Il peso è infatti un indicatore di superficie - evidenzia Buscemi - misura la massa corporea, ma non rivela la biologia sottostante, come la regolazione cerebrale della sazietà o la risposta metabolica. Guardare unicamente ai chilogrammi rischia di trattare come identiche due condizioni biologiche che richiederebbero invece risposte cliniche completamente diverse". Questo studio rappresenta un primo passo verso l'identificazione di differenti profili genetici di pazienti e apre la prospettiva, in futuro, di integrare le informazioni genetiche per rendere i percorsi di cura sempre più personalizzati". I dati dimostrano, concludono gli esperti, che non esiste un'unica forma di obesità, ma tante condizioni diverse. (ANSA).