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È uno dei tumori più difficili da curare. Ora, uno studio italiano è riuscito a svelare quando ilmesotelioma pleuricopuò essere attaccato con i farmaci immunoterapici. La ricerca, realizzata nell'ambito del Programma Airc 5 per mille 'Epica' e sviluppata dalla Fondazione Nibit, è stata pubblicata oggi sulla rivistaNature Geneticse ha scoperto specifiche caratteristiche molecolari della neoplasia che sono associate alla risposta al trattamento immunoterapico e alla sopravvivenza.
"Negli ultimi anni una combinazione di farmaci immunoterapici (inibitori dei checkpoint immunitari Ctla-4 e Pd-1) è diventata lo standard di cura di prima linea nel mesotelioma pleurico.
Tuttavia, solo una parte dei pazienti ottiene un beneficio clinico significativo e a lungo termine", spiegaMichele Maio, ordinario di Oncologia Medica all'Università di Siena. "Mancano infatti biomarcatori predittivi affidabili per orientare le scelte terapeutiche in modo personalizzato", aggiunge.
È per rispondere a questo bisogno che è nato lo studio 'Nibit-Epi-Meso', che ha sottoposto a sofisticate indagini molecolari i campioni di 91 pazienti affetti da mesotelioma pleurico trattati con la combinazione di due farmaci immunoterapici. È emerso che quello che all'apparenza è un singolo tumore, in realtà può essere classificato in quattro tipologie diverse, sulla base delle sue caratteristiche epigenetiche, cioè quei processi che regolano l'attività dei geni e che, senza modificare la sequenza genetica, influenzano il comportamento delle cellule tumorali e la loro interazione con il sistema immunitario. Alla base di questo processo, un complessosistema di interruttori molecolaridefinito metilazione.
Sulla base dei livelli di metilazione i ricercatori hanno identificato quattro sottotipi tumorali distinti, definiti DEM, LOW, INT, CIMP. Ciascuno di loro è legato a una differente risposta all'immunoterapia. In particolare, i pazienti con sottotipo LOW hanno mostrato i risultati migliori (sopravvivenza a tre anni del 34%), all'estremo opposto il sottotipo CIMP (nessun paziente vivo a tre anni). "Differenze di questa entità suggeriscono che i quattro sottotipi riflettono biologie tumorali profondamente diverse, con implicazioni dirette sull'efficacia del trattamento", spiega la prima firmataria dello studio Luana Calabrò, professoressa associata di Oncologia Medica all'Università di Ferrara.
Secondo i ricercatori, in futuro l'analisi della metilazione del Dna potrebbe entrare nella pratica clinica perselezionare i pazienti che possono beneficiare dell'immunoterapia. Per gli altri, sono allo studio strategie terapeutiche "per modificare il microambiente tumorale e le cellule neoplastiche rendendole più sensibili all'immunoterapia", conclude Maio.


