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La Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo) boccia la bozza di riforma della medicina generale presentata giovedì 23 dal ministro della Salute alle Regioni. "È una riforma fatta senza i medici e senza i cittadini: inefficace, inutile e dannosa", ha affermato il presidente Fnomceo Filippo Anelli a Mattina24 su Rainews24. Per Anelli, la riforma "mette in discussione un principio fondamentale per questo tipo di assistenza. Oggi il medico di famiglia è il medico del cittadino, il medico della persona che lo sceglie e ha come ottica quella di tutelare la sua salute. Diversamente, diventerebbe il medico dell'azienda tutelando l'interesse aziendalistico", ha spiegato.
Critiche anche all'operato del Governo in tema di riforma della sanità territoriale: "In questi tre anni si poteva fare tanto": si poteva fare "un piano straordinario per trovare il personale per far funzionare le Case di comunità", "si poteva far passare in Parlamento la trasformazione del Corso specifico in Medicina generale in corso di specializzazione in medicina generale, riconoscendo a questa branca quella dignità professionale che merita", "si poteva provare ad allocare risorse per assumere infermieri, psicologi, tecnici, ostetriche", ha proseguito Anelli. "Invece i medici di medicina generale sono ancora soli, quando avrebbero bisogno anche di collaboratori di studio, di personale amministrativo. Questo perché non ci sono risorse". Allora, "il problema delle Case di comunità non sono i medici di famiglia. Il problema è che in questi tre anni non si è deciso quali servizi erogare e soprattutto non si sono messe le risorse per assumere tutte le professionalità mancanti", ha concluso Anelli.
Dura reazione dei medici di medicina generale alla bozza di riforma della professione elaborata dal ministro della Salute. Un provvedimento "che distruggerà il medico di famiglia" "mai discusso con le categorie, inattuabile e pericoloso per i pazienti", afferma in una nota la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg), che chiede l'intervento della presidente del Consiglio. "È inaccettabile che una riforma di questa portata, che tocca il rapporto di cura di milioni di cittadini, venga elaborata nell'oscurità del mancato confronto istituzionale", sostiene la Fimmg, che contesta almeno due "contraddizioni tecniche" contenute nello schema circolato nelle ultime ore.
La prima è che "il decreto subordina l'accesso alla dipendenza alla specializzazione in medicina generale, ignorando che per decenni i due percorsi formativi erano incompatibili": pertanto "l'intera generazione di medici di medicina generale attualmente in attività che non ha potuto conseguire la specialità si troverebbe così esclusa o penalizzata". La seconda riguarda i medici giovani ed esporrebbe al rischio di "un abbandono di massa della medicina territoriale proprio nelle aree già più fragili". Infatti, spiega il sindacato, "in molte regioni del Nord, la medicina generale è oggi retta da medici ancora frequentanti il corso di formazione specifica o che lo hanno appena concluso. Questi professionisti, privi del titolo di specializzazione, si troverebbero di fronte a una scelta obbligata: restare in un sistema che non offre loro prospettive di carriera strutturata, oppure abbandonare la medicina generale già dalla prossima finestra di luglio per iscriversi a una scuola di specialità". Il risultato, secondo Fimmg, sarebbe una "grave carenza" che "produrrà accessi impropri al Pronto Soccorso, cronicità non gestita, peggioramento delle disuguaglianze territoriali".
La bozza di riforma della medicina generale presentata ieri dal ministro della Salute alle Regioni potrebbe innescare una competizione tra medici capace "di destabilizzare l'intero servizio sanitario". È quanto paventa la Federazione Cimo-Fesmed, che raccoglie numerose sigle sindacali rappresentative soprattutto dei medici ospedalieri, e "che esprime forte contrarietà alla bozza di decreto-legge".
"Dal nostro punto di vista, l'aspetto più grave è uno: i medici di medicina generale, diventando dipendenti, seppur gradualmente e su base volontaria, entrerebbero a pieno titolo negli stessi meccanismi contrattuali dei medici ospedalieri, diventandone di fatto competitor", afferma Guido Quici, presidente Cimo-Fesmed.
"Parliamo della gestione dei fondi contrattuali e dei percorsi di carriera: risorse già oggi insufficienti verrebbero ulteriormente frammentate, innescando una competizione diretta tra professionisti che svolgono funzioni profondamente diverse", prosegue Quici. Per il sindacato, inoltre, la riforma rischia di peggiorare l'assistenza territoriale. "La presenza delle Case di comunità sul territorio non è affatto capillare. In media infatti avremo una Casa di comunità ogni 175 chilometri quadrati, lasciando scoperte intere aree del Paese, soprattutto nelle zone interne e periferiche", prosegue presidente Cimo-Fesmed.
"E se i medici di famiglia saranno sempre più impegnati all'interno di queste strutture, diminuirà il tempo dedicato all'assistenza domiciliare e di prossimità: a farne le spese allora saranno soprattutto i pazienti più fragili, gli anziani e i non autosufficienti che vivono lontano dalle Case di comunità e che rischiano di avere ancora più difficoltà ad accedere alle cure", conclude Quici.
"Siamo disponibili a discutere l'introduzione della dipendenza per i medici di medicina generale che lo vogliano, ma occorre porre alcune condizioni chiare". Così Pina Onotri, segretario generale dello Sindacato dei Medici Italiani (Smi). "Se dovesse essere confermata dal Governo la bozza resa pubblica da alcuni giornali, il decreto legge di riforma della medicina generale contiene criticità da chiarire e avrà bisogno, prima della sua promulgazione definitiva, del confronto con le organizzazioni sindacali della medicina generale", afferma Onotri che esplicita alcune delle condizioni poste dal sindacato. "L'accesso [alla dipendenza] deve essere riservato ai colleghi in possesso del corso di formazione specifica in medicina generale o della specializzazione in medicina di comunità e cure primarie, con un riconoscimento formale di equipollenza tra i due percorsi e la loro piena validità come specializzazioni. Questo consentirebbe anche l'accesso a un contratto di dirigenza, evitando al contempo ulteriori equipollenze con specializzazioni ospedaliere che rischierebbero di snaturare il percorso professionale", spiega. Altro punto critico sono i tempi di realizzazione: "Il passo delineato appare, allo stato attuale, più lungo di quanto sia sostenibile. Uno stravolgimento troppo rapido rischierebbe di produrre effetti indesiderati, tra cui una possibile fuoriuscita precoce di medici dal sistema, compromettendo quella stabilità territoriale che rappresenta un prerequisito fondamentale per l'implementazione di nuovi modelli organizzativi".


