(di Manuela Correra)

   Non solo i medici di famiglia. Anche i chirurghi rischiano di diventare una 'specie in via di estinzione'. Entro 5 anni molte aree italiane potrebbero infatti restarne senza, dal momento che un professionista su 2 ha più di sessant'anni e i giovani scappano da questa specialità, tanto che nel 2026 un terzo dei posti di specializzazione è scoperto, con punte più gravi in varie aree da L'Aquila a Udine. Un'emorragia che entro 5 anni porterà, a livello nazionale, al sorpasso dei pensionabili sui giovani specialisti, con il pericolo che l'accesso alle sale operatorie diventi in media più critico per un intervento di chirurgia generale su 10 sui 650mila eseguiti ogni anno e rispetto ad un aumento atteso del 12% della domanda di cure chirurgiche nei prossimi anni. E' l'allarme che arriva dal 128/mo Congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia (Sic), in corso a Roma.

   E' dunque urgente correre ai ripari: "Servono subito maggiori tutele giuridiche, accesso più ampio alle nuove tecnologie e più incentivi economici", è il monito della Sic. Anche per il ministro della Salute Orazio Schillaci, che ha definito la chirurgia un "pilastro della Sanità pubblica", le cause della scarsa attrattività non sono solo economiche ma anche organizzative e legate al contenzioso. Da qui, ha ricordato l'impegno per arrivare ad uno scudo penale stabile e lo stanziamento di 120 milioni l'anno per le specializzazioni meno attrattive. Negli Stati Uniti, secondo le ultime stime, già 15 milioni di persone vivono in contee senza un chirurgo generale. Un rischio concreto anche nel Paese "I segnali vanno nella stessa direzione - avverte Ludovico Docimo, presidente Sic -. I dati del 2026 sulla copertura delle borse di specializzazione in chirurgia generale, infatti, pur segnando una lieve controtendenza rispetto all'anno scorso, con il 30% di posti vuoti contro il 37,8% del 2025, confermano che la crisi vocazionale è tutt'altro che superata. Ad oggi, a livello nazionale, restano infatti scoperti 193 posti su 646 banditi, pari a quasi un terzo di quelli disponibili, con punte ben più gravi in alcune aree del Paese. A L'Aquila, ad esempio, non è stato assegnato nessun contratto, a Udine e Genova quasi 9 posti su 10 sono rimasti vuoti, mentre a Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia quelli occupati non superano il 20%.

   A questo si aggiunge che il 10% dei posti assegnati è destinato ad essere abbandonato prima di cinque anni di corso, e il 10% di chi si specializza va a lavorare all'estero o nel privato". Da considerare anche che oltre la metà dei chirurghi generali italiani che lavora in ospedale ha più di sessant'anni, contro il 32% della Spagna e il 44% di Francia e Germania. "Entro il 2030 potrebbero lasciare il servizio, spinti da stress e scarse risorse, circa 2.800 chirurghi dei 6.500 assunti negli ospedali, mentre i giovani specialisti, in base ai posti coperti nelle scuole di specializzazione dal 2022 ad oggi, non arriveranno a 1.300, con un saldo negativo di circa 1.500 chirurghi", prosegue Docimo.

   Tra i motivi principali alla base di questo "drammatico" allontanamento dei giovani dalla chirurgia, fino a qualche tempo fa molto ambita, i turni di lavoro massacranti rispetto a un riconoscimento economico non adeguato; mancanza di uno scudo penale, ancora all'esame del Parlamento e per il quale i chirurghi chiedono l'approvazione dei decreti attuativi entro il termine ultimo del 31 dicembre; aggressioni e lento aggiornamento del parco tecnologico. A ciò, si aggiunge un crescente contenzioso medico-legale, pari a +150% di processi nel corso di 10 anni, che nella maggior parte dei casi si dimostra privo di fondamento, ma che fa aumentare vertiginosamente i costi delle coperture assicurative che, conclude la Sic, superano gli stessi guadagni dei giovani specialisti.