Nell'Articogliincendi boschivistanno diventando semprepiù frequenti,intensi edestesi: lo indicano idati satellitaridella Nasa e i risultati dell'ultimo rapporto del programma scientifico internazionale Arctic Monitoring and Assessment Programme.

Il fenomeno, dicono gli esperti della Nasa, è strettamente legato alrapido cambiamento climatico: l'Articosi stariscaldando quasi quattro volte più velocemente della media globale, un cambiamento che ha unimpatto direttosulleprecipitazioni nella regione e sull'umidità del suolo, tutti fattori chefavoriscono gli incendi. Anche ifulmini, la principale fonte diinnesco delle fiammenell'Artico, si stanno verificandosempre più a nord.

"Ilfuoco è sempre stato parte integrante dei paesaggi boreali e artici, ma ora sta iniziando a manifestarsi inmodi più estremi, simili a quelli osservati nelle aree temperate e tropicali", afferma Jessica McCarty, vicedirettrice della Divisione scienze della Terra presso l'Ames Research Center della Nasa.

"C’è sempre una certavariabilità di anno in anno, ma considerando i decennistiamo registrandoin media circa ildoppio dellasuperficie bruciatanell’Artico nordamericanorispetto alla metà del XX secolo", precisa Brendan Rogers del Woodwell Climate Research Center.

Un nettocambio di passosi è registrato a partire dallametà degli anni 2010: laGroenlandia, ad esempio, ha registratoincendi significativi nel 2015,2017 e2019. I ricercatori hanno anche iniziato a osservareincendi che si sviluppano nell'Articogià a fine marzo, molto prima rispetto ai dati storici, e che bruciano ben dopo la prima neve. "È preoccupante la frequenza con cui questi incendi bruciano nello stesso posto", osserva Tatiana Loboda dell'Università del Maryland. "Molte aree ora bruciano due, tre o persino cinque volte in un periodo di tempo molto breve. L'impatto è immenso: sta accadendo nella tundra e nelle regioni boreali, e queste aree non riescono a riprendersi".

A preoccupare è soprattutto l'intensitàdegli incendi, che arrivano a bruciare anche i depositi di torba profondi liberando gas serra e generando 'incendi zombie', ovvero incendi apparentemente spenti in superficie ma che continuano a covare sottoterra, per poi riaccendersi quando la primavera porta condizioni più secche.