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Ilcampo di battagliapercepito sempre più distante, dominato daalgoritmi edroni più che da esseri umani,tecnologie militaricontrollate dall'intelligenza artificialecapaci diaccelerarei tempi di un attacco e la prospettiva, ancora controversa, che learmi autonomein realtàsiano tali solo in pochissimi casi: è così chel'IA sta trasformando la guerra, sollevando domande e soprattutto spingendo a chiedere regole.
"Ilrapido sviluppo tecnologicosta superando lalentezza delle discussioni internazionali", affermasul sito della rivista Natureil politologo Michael Horowitz dell'Università della Pennsylvania a Philadelphia. Sempre su Nature l'esperto di tecnologie militari Craig Jones, dell'Università britannica di Newcastle, rileva che "l'attuale incapacità diregolamentare la guerra basata sull'intelligenza artificiale, o disospenderne l'usofino a quando non si raggiunga un accordo su un utilizzo legittimo, sembra suggerire che lapotenziale proliferazionedella guerra basata sull'intelligenza artificiale siaimminente". Il Pentagono, per esempio, stima cheentro il2035 circa il70%dellaforza aerea statunitensepotrebbe essere costituito dasistemi senza pilota, osserva il matematico Alfio Quarteroni, accademico dei Lincei.
Che sianoi pochi droni già capaci di individuare in modo autonomo un bersaglio, oquelli più tradizionaliche hanno comunque bisogno di una guida, o ancora glisciami di droni potenzialmente capaci di riconoscimento facciale, una delle novità portate dall'IA nella guerra è che queste "contribuiscono anche adaumentare ladistanza psicologica dal campo di battaglia", dice Quarteroni.
"L'uso crescentedi droni e sistemi d'arma automatizzatiriduce il contatto diretto con la violenza,attenuando l'impatto sensoriale e moraledell'uso della forza letale. Storicamente - prosegue - i soldati hanno sempre dovuto superare una naturale avversione all'uccisione", ma "le nuove tecnologie rischiano di rendere questo passaggio sempre meno evidente. Il fenomeno è stato definito 'scarico cognitivo'". Vale a dire che losforzo di analisivienedelegato ai sistemi automatici, mentre gliesseri umani rischiano di sentirsi più distaccati dalle conseguenzedelle decisioni prese. Algoritmi e dati diventano i protagonisti sul campo di battaglia, dal quale gli esseri umani che controllano le armi sono lontani ancheemotivamente, e si comincia a temere ilrischio di unadelega di responsabilitàdagli esseri umani alle macchine, considerate a torto infallibili.
"Secondo alcune ricostruzioni - dice ancora il matematico -un altro rischioè chesi accorci la cosiddettakill chain, cioè lasequenza di passaggiche vadall'identificazione di un obiettivofinoall'autorizzazioneeall'esecuzione dell'attacco" Si parla di 'compressione decisionale': "operazioni militari che in passato richiedevano giorni o settimane di pianificazione, oggi possono essere preparate in minuti o persino in secondi" esi comincia a temereche "idecisori umanipossano finire perlimitarsi a ratificareautomaticamenteraccomandazioni generate dalle macchine".


